heavenmayburn: (Duo {hope})
[personal profile] heavenmayburn
Titolo: Home is where you make it, love.
Fandom: X-Men
Capitoli: 1/1
Characters: Charles Xavier/Erik Lehnsherr
Raiting: NSFW
Disclaimer: I personaggi presenti in questa storia (scritta senza scopo di lucro) sono stati creati ed appartengono ai loro rispettivi autori, booyah \o/ Non possiedo e non ci guadagno nulla 8D
Sommario: Avrebbero potuto cambiare il futuro per una decina di volte e, se Erik avesse potuto scegliere, sarebbe sempre morto così.
Conteggio parole: 2.940 ([livejournal.com profile] fiumidiparole)
Note: Scritta per P0rnfest#8 @ [livejournal.com profile] fanfic_italia con il prompt: X Men: Days of Future Past Charles Xavier/Erik Lehnsherr Every word that I said, what a big mistake / And the ones you left out are keeping me away (Set Phasers To Stun - Taking Back Sunday) COWT #5 @ [livejournal.com profile] maridichallenge con il prompt: Qualcosa di nuovo
Titolo da The Union dei Taking Back Sunday.

Home is where you make it, love.

La polvere danza nell'aria proprio davanti al suo bicchiere di birra, ma Erik non alza la testa.
La sua sciarpa è sporca di sangue e stretta intorno al collo mentre Nixon sta parlando in televisione, davanti ad una Casa Bianca in macerie.
Il barista mormora qualcosa tra i denti e poi torna ad asciugare i bicchieri, Erik beve un sorso dal boccale.

Non è finita, Charles pensa amaramente Loro non si accontenteranno di questo finale.
Un sorriso amaro gli increspa le labbra.
Charles non era con lui, Erik era solo, di nuovo. Ed Erik lo sa, lo aveva capito fin dalla prima notte che ha passato in quella prigione di plastica, ma ci sono momenti in cui per un attimo spera di ricevere una risposta.

Lascia qualche dollaro sul tavolo ed esce in strada, stringendosi nel cappotto quando il vento freddo gli graffia il viso.

Ora è solo, ferito, probabilmente la persona più ricercata del paese, e nonostante tutto non riesce ad andarsene. Ogni volta che pensa ad luogo in cui sentirsi al sicuro, almeno il tempo di riprendere le forze, l'unica immagine che lo sfiora è quella di una casa grande con i pavimenti in legno, l'odore di tè al lette, una scacchiera dimenticata davanti al camino e baci sul collo così leggeri che li senti appena.

Spinge le mani in fondo alle tasche e comincia a camminare.
C'era stato un momento in cui Erik aveva creduto che sarebbe potuto finire in modo diverso. Niente rabbia e dolore, ma lui e Charles in un mondo in cui i ragazzi come loro erano in piedi, orgogliosi, fieri e senza alcuna paura.
Ogni volta che questa immagine gli sfiorava la mente si dava dello stupido. Non c'era stato un momento della sua vita in cui Erik non avesse vissuto con l'odio degli uomini su di se, il mondo a cui si aggrappava Charles non era che una fantasia, un'illusione.
Ma non si puo' fermare un pensiero, e così esso ritornava, ogni volta seguito da caldi baci e parole sussurrate solo nella sua testa. E così, quando la rabbia e il dolore l'avevano raggiunto, l'avevano fatto con una forza tale da togliergli l'aria dai polmoni.

Compra un biglietto per il primo treno in partenza e si siede in fondo, lontano dal finestrino.
Charles poteva anche odiarlo; lui, quello che avevano avuto, quello che erano diventati (e Erik lo capiva, perchè ogni suo ricordo era offuscato dalla rabbia) ma Erik avrebbe continuato a combattere.
L'avrebbe fatto per lui e per i ragazzi. Perchè, nonostante tutto, almeno fossero al sicuro.
Charles non avrebbe capito, non lo faceva mai.


***

Hank gli mette una mano sulla spalla e Charles prende un respiro. Ha paura ed è eccitato allo stesso tempo, e sono anni che non si sentiva così.
Stappa la bottiglia di vino che ha in mano sporcandosi un po' la camicia, e una piccola risata gli sfugge dalle labbra.
"Dichiaro la scuola ufficialmente aperta!" gli occhiali di Hank gli scivolano dal viso mentre cerca di scansarsi dal getto di spumante che gli bagna i pantaloni.
"E' stata un'inaugurazione eccitante, molta partecipazione" dice Logan sarcastico ad entrambi e Charles gli sorride.
"Ora comincia il bello, amico mio" esclama girando la sedia verso la libreria. "E vedete di mettere tutto in ordine, l’odore di vino sul pavimento non è un grande biglietto da visita!"

Smette di sorridere quando, entrando di nuovo in camera sua, nota il giornale appoggiato sulla sua scrivania.
Magneto ancora libero, nazione in allerta.
Charles appoggia la testa contro lo schienale della sua sedia e chiude gli occhi.

Non lo vede da quel giorno a Washington, ormai mesi fa e, nonostante tutto quello che è successo, quello che Erik ha fatto, ogni volta che il giornale lo mette in prima pagina o il telegiornale manda in onda un servizio su di lui non puo' fare a meno di provare sollievo.

Scuote la testa passandosi una mano tra i capelli e, prima di avere il tempo di pensare di versarsi un bicchiere di whiskey, esce dalla stanza tornando nella sala grande.

***

Raven viene a trovarlo qualche settimana prima della fine dell'estate. Un sorriso dolce le increspa le labbra quando Charles le offre una tazza di tè.
"Onestamente, Charles, mi aspettavo come minimo un bicchiere di vino." dice accarezzandogli la mano con le dita.
"Niente vino, dobbiamo dare il buon esempio."
"Tu devi dare il buon esempio" ride, bevendo comunque un sorso dalla tazzina.

Charles aspetta qualche istante prima di parlare, mescolando il tè con cucchiaino. "Raven, sai che qui-"
Lei lo interrompe con un gesto della mano, ma nella sua voce non c'è traccia di rabbia. "Lo so, io… Lo so, Charles."

Charles sorride. "Solo per ricordartelo" le dice dopo una piccola pausa. "E' arrivata una lettera di Alex qualche giorno fa. Dice che prima della fine dell'anno potrebbe tornare in licenza."
Raven appoggia i gomiti sul tavolo e gli fa segno di continuare, il tè è ormai freddo e dimenticato davanti a lei.

***

E' quasi mattina quando succede.

Ormai è passato un anno da quando la scuola è stata riaperta e Charles si sta quasi abituando a tutte le risate che riempiono i corridoi della casa.
Ha perso il conto di tutte le volte in cui il mondo fuori smetteva di essere così rumoroso nella sua testa, e l'unica cosa che sentiva era l'orgoglio che provava.

Aveva passato la serata davanti alla televisione, le porte del suo studio chiuse ed un pensiero che aveva paura a pronunciare ad alta voce.
C'era stato un attacco terroristico ad una base governativa a poche miglia dall'istituto. Il telegiornale riportava notizie frammentate, sembrava che l'attacco fosse stato portato avanti da un uomo solo, rimasto ferito nell'attacco che era seguito, e tutt'ora in fuga.

Hank aveva incrociato il suo sguardo senza dire nulla quando, poche ore prima, gli aveva portato la cena che ora era dimenticata in un angolo della sua scrivania.

Charles abbassa il volume della televisione mentre un esperto sulla questione mutanti viene intervistato ("Sappiamo tutti chi è il responsabile! Dopo tutto quello che è successo, come possiamo essere sicuri che in fondo queste azioni siano solo le azioni di un pazzo fanatico e non di tutta la comunità?") e sfiora la mente dei suoi studenti, ancora addormentati. Sente Logan in cucina e prima che possa pensare di raggiungerlo, qualcos'altro sfiora la sua mente.
Charles rimane fermo in mezzo alla stanza, non è nemmeno sicuro che si sia ricordato di respirare.

Logan si sta avvicinando piano alla porta, gli artigli già estratti, quando Charles arriva nel corridoio.
Aspetta sussurra nella sua testa, mentre la serratura scatta e la porta si apre.
"Stai scherzando" dice Logan tra i denti, ma Charles non lo sta nemmeno guardando.

Erik riesce a stare in piedi a mala pena, la mano stretta contro il petto sporco di sangue e gli occhi socchiusi mentre con con l'altro braccio si aggrappa allo stipite della porta per non scivolare a terra. Un sorriso increspa le sue labbra quando Charles incontra il suo sguardo.
Fra poco i ragazzi si sveglieranno, pensa in direzione di Charles, mandandogli velocemente l’immagine di una delle tante camere non occupate nella villa, e mandandosi al diavolo nello stesso momento.
"Cosa?" esclama un po' più forte, e al diavolo se quello stronzo lo sente. "Dimmi che non fai sul serio."
Per favore.

***

Erik punta i gomiti sulla coperta e cerca di mettersi a sedere ma una fitta al petto lo fa cadere di nuovo tra i cuscini.
Si era accorto di Charles, seduto dall’altra parte della stanza, ancora prima di aprire gli occhi e notare i raggi del sole che filtrano dalla persiana
"Dovresti ringraziare Hank, era una brutta ferita." Dice appoggiando il libro che sta leggendo sulle ginocchia.
Erik fa un mezzo sorriso. "Ho visto di peggio".
Non credo sia Hank a meritare i miei ringraziamenti, pensa dopo ma Charles rimane in silenzio. Erik non sa nemmeno se si è avvicinato alla sua mente.

"Non ho intenzione di rimanere qui a lungo."
Charles piega le labbra ma non è c'è traccia di sorrisi sul suo volto, quando gira la sedia e esce dalla porta.

***

"Perchè sei venuto qui?" gli chiede Charles qualche sera dopo. La ferita tira ma ha cominciato a rimarginarsi.
Erik fissa il piatto con la cena ormai fredda davanti a se, senza dire nulla.

Non sapevo dove altro andare, pensa, cercando di mandarlo via dalla testa un istante dopo. Non era vero, c'erano decine di luoghi in cui poteva nascondersi, decine di persone che dopo essere state pagate non avrebbero parlato.
"C'erano archivi, in quella base. Nomi di mutanti, dove abitano, che lavoro fanno, quanti figli hanno..." Charles abbassa lo sguardo e prende un respiro, e la stanza si fa silenziosa per qualche istante.

Erik alza lo sguardo verso di lui. "Mi dispiace per quello che è successo." sussurra piano. Ma ho fatto tutto questo per te, per tutti noi.
Erik sente Charles sfiorargli appena la mente. Lo vede aprire la bocca, per poi richiuderla velocemente.
Non saresti dovuto venire.

Charles, mi dispiace davvero.

***

Il mattino dopo è Hank a entrare nella sua stanza, lascia il vassoio con il caffè e un po' di frutta sul comodino e non lo guarda nemmeno in faccia.

***

Dopo tre giorni, Erik esce dalla camera dove dormiva. Aspetta che tutti i ragazzi siano andati a letto e cammina piano per i corridoi della casa.
Si stupisce rendendosi conto di quanto quella casa sia famigliare, nonostante il tempo passato.
Nonostante la distanza sente il metallo di Cerebro vibrare e le sue labbra si piegano in un piccolo sorriso.

La serratura scatta con un gesto delle dita e entra in camera di Charles, chiudendo la porta dietro di se.
Le tende sono tirate e Raven sorride in una fotografia accanto al letto. Erik la prende in mano e la osserva per qualche istante, prima di rimetterla a posto.
La sua attenzione viene catturata dall’anta appena accostata di un armadietto, dietro alla scrivania.
Erik appoggia un ginocchio per terra e la apre appena, ed è di nuovo su quella spiaggia dimenticata da Dio a Cuba, sul prato di Washington accanto alle macerie, in un prigione di plastica con nient'altro che la sua rabbia ad evitargli di impazzire.

L'ho tenuto nel caso avessi cambiato idea e l'avessi voluto indietro. Erik si volta verso la porta.
"Charles." sussurra piano e lui piega di nuovo le labbra in quella smorfia che vuol dire tutto tranne che un sorriso.
"Ormai stai bene, no? Ancora qualche giorno e potrai portartelo via"
"Anche se lo indossassi non farebbe differenza, no? In qualunque caso tu non capiresti comunque."

Charles si avvicina appena. "No, non capirei" sussurra e la sua voce trema appena. "Non riuscirei mai a capirti, anche se non rivedessi ma più quel dannato elmetto."
Erik chiude gli occhi e attende di sentire la porta chiudersi e Charles lasciare la stanza, perchè ogni loro conversazione ormai si concludeva così, ma dopo qualche istante Charles riprende a parlare. "Ho visto--" il silenzio riempie di nuovo la stanza e Charles si passa una mano sul viso, prendendo il respiro. "Ho visto la fine del mondo -come il mondo doveva finire, per via di Trask. Ho visto io e te, alla fine di tutto."
Erik non sa quanto tempo passa, istanti o forse minuti in cui nessuno dei pensieri che ha nella sua testa ha senso.

“Avevamo fallito.”
Charles alza lo sguardo verso di lui. "Sei stupito? Siamo te e io, doveva finire così, ricordi?"
"Noi-" Erik scuote la testa mordendosi appena la lingua. "Raven ha cambiato quel futuro." Perchè la rabbia degli uomini, il loro odio, non sarebbe mai cambiato, ma Erik non avrebbe mai permesso che arrivassero a questo. Non di nuovo.
Ho sfiorato la mia mente-- la mente di Charles, e era così vicino alla tua e... Io paura di diventare così, con tutto che ci crolla addosso, ma ho anche paura che non possa succederci mai.
Erik si avvicina piano, piegandosi in avanti davanti alla sua sedia e prendendo la mano di Charles nella sua.
E' l'unica fine che abbia senso, pensa. Avrebbero potuto cambiare il futuro per una decina di volte e, se Erik avesse potuto scegliere, sarebbe sempre morto così.

Quando lo bacia per un attimo gli sembra di sfiorare tutta la vita di un Erik vecchio e stanco, con così tanti rimpianti da sentirne il peso sulle spalle. E' accanto a Charles e ci sono così tante cose che vorrebbe dirgli, così tante cose di cui vorrebbe scusarsi, ma in quei giorni dove la sofferenza si posa su di loro come polvere, le parole valgono poco.

"Scusa, io non-- Non intendevo fartelo vedere" mormora Charles, abbassando lo sguardo mentre parla, ma Erik non lo sente nemmeno. Dopo anni ha di nuovo così tanta paura che per un attimo gli manca il respiro.

Charles chiude gli occhi e cerca le sue mani quando Erik lo bacia sul collo, succhiando appena la pelle. Quei rimpianti non era suoi, ma la verità è che Erik ne sente il peso; in fondo al cuore gli ha sempre sentiti, nonostante la forza con cui provasse a soffocarli.
In pochi istanti sono sul letto di Charles, Erik trattiene un gemito quando sente le sue mani scendere fino a sfiorare il bottone del suoi pantaloni. Lui le scosta con dolcezza, baciando la punta delle sue dita, perché ora non è il momento.

“Lasciati andare” gli sussurra piano e in un secondo la mente di Erik viene inondata da decine di immagini diverse, tutti sentimenti con il suo nome sopra e per un istante, tutto diventa troppo. Poi Charles cerca le sue labbra, soffocando qualsiasi altra cosa.

Erk gli accarezza il viso mentre con una mano apre velocemente i bottoni della camicia. Ed è tutto diverso dalle nottate passate in un piccolo motel polveroso, stringendosi in un letto troppo piccolo, dai baci che sanno di whiskey prima di andare a dormire, ma è sempre Charles. E’ famigliare, la prima persona a cui è andato pochi giorni fa quando il dolore per la ferita gli offuscava la vista, è sempre casa.

Erik lascia una scia umida mentre scende sfiorando appena l’ombelico di Charles.
Cerca lo sguardo di Charles e i suoi occhi sono così azzurri, non hanno nulla a che fare con la pallida immagine che aveva cercato di richiamare alla mente durante tutti quegli anni. Se potessi scegliere sarebbe così, pensa di nuovo prima di prenderglielo in bocca.
Gli tira i capelli con la mano e Erik Erik Erikerikerik e lui non è sicuro se lo stia solamente proiettando nella sua testa, perché quelle parole coprono ogni altro suono.

Charles chiude gli occhi e lascia andare indietro la testa e, quando Erik si alza, gli lascia un piccolo bacio accanto alle labbra.
Mi sei mancato, dice Charles mentre infila una mano appena sotto la stoffa dei pantaloni e Erik trattiene il respiro, lasciando cadere la testa nell’incavo del suo collo. Ti odiavo e mi mancavi, e sentivo il mio cuore continuare a spezzarsi e pensavo di impazzire.
Erik gli lascia un bacio umido mentre sente il suo respiro diventare sempre più veloce. Ogni giorno passato in quella maledetta cella ho provato la stessa cosa.

Erik viene con il nome di Charles sulle labbra e nella mente, graffiandogli appena la schiena, e per un momento tutti i rimpianti, anche quelli che non aveva vissuto sulla sua pelle, si fanno un pochino più leggeri.

***

Non è ancora mattino quando Charles apre gli occhi.
Erik è già sveglio e lui usa tutta la forza di volontà che possiede per non sfiorargli la mente.
Credi ancora di aver avuto ragione, quando ci siamo incontrati?
Charles si stropiccia un occhio e si gira su un fianco. Sì, pensa senza esitazioni. Ma quello che credo io non ha importanza, no?

No, pensa Erik lasciandogli un piccolo bacio sul collo. Avevamo sbagliato tutto, come puoi essere sicuro che non faremo gli stessi errori? Non abbiamo mai fatto altro.
Charles gli stringe appena la mano. Perchè non posso permettermi di pensare altrimenti. Io credo in te, Erik. Ti conosco, più di quanto tu voglia ammettere.

Fra qualche giorno me ne andrò. Charles annuisce.
"Non voglio fermarti," nonostante parli piano, la voce di Charles riempie la stanza. "Ma so che farai la cosa giusta. E se mai vorrai tornare, noi siamo qui."
"Credi che i ragazzi sarebbero felici al riguardo? Alex? Hank? Logan?" dice con una piccola risata e sentendo una leggera esitazione dentro di se perchè, anche solo per un attimo, sta considerando l'ipotesi.
"Se ne faranno una ragione."

****

"E' bello riaverti qui, Logan" dice Charles con un sorriso. Logan fa un cenno con la testa ed è come se fosse passata una vita dall’ultima volta che lo ha visto così e allo stesso tempo nemmeno un istante. "Non voglio trattenerti in questo studio, sono sicuro che io non sia l'unico con cui tu voglia parlare."
Logan si alza dalla sedia e apre la maniglia, andando verso il corridoio. "Poi mi spieghi questa storia delle lezioni."

Charles ride di nuovo, ma non fa in tempo a riprendere di nuovo il mano il libro che stava leggendo che la porta si apre di nuovo.
"Logan non era a lezione." dice Erik appoggiando il giornale sulla scrivania e sedendosi davanti a lui.
Charles gli sorride, inviando nella sua testa le immagini della conversazione appena avvenuta. "Credo che per qualche tempo dovremo trovare qualcuno che lo sostituisca."
Erik cerca la sua mano e ripensa al 1973, a tutta la rabbia e il dolore e la gioia e pensa che, nonostante tutto, non sarebbe potuto finire che così.

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