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[personal profile] heavenmayburn
Fandom: Beyblade
Titolo: Russian Roulette
Beta:Exelle
Rating: Nc17
Pairing: Yuriy Ivanov/Boriz Huznestov; Kai Hiwatari/Rei Kon; Kai Hiwatari/Yuriy Ivanov; Boriz Huznestov/Rei Kon 
Warning: Yaoi, shonen-ai, linguaggio da osteria.
Capitoli: 4/6
Disclaimer: I personaggi presenti in questa storia (scritta senza alcuno scopo di lucro) sono stati creati da Takao Aoki. I have nothing to lose and nothing to gain :D
Note: Primo tentativo di partecipazione al BBI (aka la mia morte XD). Torno ad un fandom della mia infanzia, beyblade <3 Hope you enjoy it :) Per la prima volta ho anche un beta e un gift bellissimo, amate entrambi come li amo io *_*
La citazione è parte dei Russian roulette di Rihanna. 
Ah, pidaras in russo, secondo le mie fonti, vuol dire coglione mentre faites vos jeux, messieurs in francese significa signori, fate il vostro gioco ed è la frase che il croupier dice nei casinò davanti alle roulette (wikipedia docet XD).
Conteggio parole: 2.015 ([info]fiumidiparole )
Gifter: [info]naripolpetta  
Link al gift: here

Primo Colpo  - Secondo colpo - Terzo Colpo

Quarto colpo ~ a vuoto.

 

Kai si bagnò il viso con l’acqua gelata, alzando la testa per guardarsi allo specchio.

Sorrise amaramente. Dio, aveva davvero quella faccia di merda?

Era il suo compleanno, compiva un quinto di secolo e l’unica cosa che aveva voglia di fare era tirare un pugno allo specchio o, meglio, direttamente alla propria guancia.

Perché quello non era lui.

Il grande Kai Hiwatari, il ragazzino che a tredici anni era salito sul Tetto del Mondo e si era ripromesso di non scendere, ora era rimasto lì sopra da solo e vedeva solo una pesante nebbia che non sembrava avere intenzione di diradarsi.

Lo aveva calcolato questo? No.

Era stato così preso da se stesso da dimenticare di guardarsi intorno e, ora che era lì, il panorama non sembrava nemmeno un granché. 

Era circondato da un labirinto e non riusciva a trovare l’uscita. Da che parte avrebbe dovuto andare?

Yuriy sarebbe partito il giorno dopo; se lui non l’avesse fermato, le cose sarebbero tornate normali tra lui e Rei.

Era questo che voleva? Non ne era più certo.

Era come se avesse una maledetta rivoltella puntata alla tempia, fin’ora non c’erano stati che colpi a vuoto. Ma, più il tempo passava e più il momento del BUM si avvicinava.

 

X

 

Yuriy osservò l’uscita indeciso sul da farsi.

Voleva andarlo a cercare perché, fanculo tutto il resto, lui il giorno dopo sarebbe tornato in Russia. Dopotutto, era stato Boris a dirgli di smetterla di fuggire.

Doveva mettere le cose in chiaro, con Kai e con se stesso, perché quella situazione fatta di parole non dette, gli stava stretta. Prima di tornare a casa avrebbe avuto le sue risposte.

Diede un bacio sulla guancia a Boris e si alzò dalla sedia, andando verso la cucina e versandosi un po’ del punch preparato dall’americano.

Ne bevve un sorso e cominciò a salire le scale.

 

X

 

Kai si stava asciugando il viso quando sentì qualcuno bussare.

Merda.

–Occupato!- esclamò voltandosi verso la porta.

-Sono io- si sentì rispondere in russo.

Merda, merda, merda.

Diede un’ultima occhiata allo specchio e si diresse verso la serratura, facendola scattare. –Eri preoccupato per me?- gli domandò con il tono più sarcastico che gli riuscì.

Yuriy storse le labbra con un gesto stizzito. –E io che volevo farti un favore e portarti un po’ di questo beverone disgustoso, pidaras

-Oh, che dolce- mormorò prendendolo per il culo. –Non sono il tuo cagnolino, non devi portarmi il pranzo. Se vuoi un animaletto prenditi cura di Boris.-

Yuriy sentì la rabbia scorrergli veloce lungo la spina dorsale. Non si meritava quelle parole, perché, per una volta, non aveva davvero fatto nulla. –Fanculo! Quale cazzo è il tuo problema?!-

Kai lo guardò con occhi vuoti, senza dire nulla. Tu sei il mio problema, maledizione!

Yuriy non distolse lo sguardo, la rabbia che c’era nei suoi occhi azzurri si specchiava simmetricamente in quelli rosso fuoco di Kai. Prese un lungo sospiro cercando di calmarsi. L’ultima cosa che gli conveniva fare, era tirargli un pugno in quel cesso striminzito.

Kai gli si avvicinò con la vista appannata dall’ira, era colpa sua se non riusciva a controllarsi.

Lo spinse contro il lavandino di marmo, facendogli finire lo spigolo nella schiena e provocando la caduta di alcune boccette che si ruppero a terra, lasciando dense macchie di sapone profumato sul pavimento.

Lo baciò violentemente, cercando quasi di buttare fuori tutta la confusione che aveva nel cervello. Il bicchiere che conteneva il cocktail di Max si infranse per terra con un colpo sordo. Il punch rosso, si mischiò ai colori perlacei del bagnoschiuma.

Kai vide la sua immagine riflessa nello specchio, mentre Yuriy scuoteva lievemente la testa.

No, quello non era lui. Avrebbe potuto essere chiunque tranne che Kai Hiwatari.

 

Yuriy cercò di scostare il viso e sottrarsi al contatto, mormorando qualche parola sommessa che nessuno dei due le sentì.

Che cosa stava facendo?

Da quando aveva smesso di giocare ed era diventato una pedina?

Con un colpo di reni lo allontanò, spingendo Kai contro le piastrelle bianche del muro dietro di sè. Fece un passo indietro e prese di nuovo un respiro profondo. Era stanco di interpretare ancora la parte del topo.

Del burattino.

-Che cosa c’è?- domandò Kai con un sogghigno che di divertito non aveva nulla.

-Smettila di giocare Kai.- mormorò Yuriy alzando lo sguardo su di lui. –Non puoi più farlo. Non con me, almeno. Quindi sono io a chiederti, che cosa c’è?-

Molte persone posso pensare che mostrare le proprie carte nel bel mezzo di una partita sia un grave errore, che bisognerebbe sempre avere qualcosa da tirare fuori per quando le cose diventeranno davvero difficili. Immagino che nessuno di loro conosca Kai Hiwatari e Yuriy Ivanov.

Una manica non è sufficiente a contenere tutti gli assi che loro possono tirare fuori durante un match.

Kai sorrise, cercando di regolarizzare il proprio battito cardiaco, prima di avvicinarsi a Yuriy.

Dalla prima volta che lo aveva rivisto, quando era con i Bladebreakers a Mosca in quel Monastero che puzzava di sudore e sangue, il loro rapporto non era mai cambiato. Sempre a cercare di prevedere le mosse dell’altro, cercando di essere più furbi e, sempre, finendo fottuti.

Nessuno sembra riuscire a vincere quel gioco ma entrambi, sembravano saper perdere molto bene.   

Si fissarono a lungo, perdendo la concezione del tempo. Una vita intera scorreva davanti a loro occhi.

Fu Yuriy ad interrompere il contatto, facendo scontrare le loro labbra in un bacio ruvido e violento. Voleva semplicemente togliergli quel ghigno dalla faccia perché non c’era nessuna ragione per cui ridere. Perché Kai non capiva che poteva mettere un lupo in gabbia, ma non avrebbe mai potuto addomesticarlo.

Appoggiò le mani qualche centimetro sopra la testa di Kai, spingendolo nuovamente contro le piastrelle di ceramica, mentre con un braccio, lui lo attirava vicino.

Ed ecco che la scena si ripeté.

Vestiti che si tolgono velocemente e baci che non lasciano spazio alle domande che, fino a poco tempo prima, affollavano il cervello di entrambi.

Così doveva essere e così sarebbe stato. Si cercavano e non si raggiungevano, lottavano e perdevano. Ma gli attimi prima di gettare la spugna venivano impressi a fuoco nella loro memoria per anni.

 

Kai lo ossessionava da quando aveva sei anni ed era sempre stato così, anche allora. Era abbastanza vicino a lui per essere sfiorato ma non per essere afferrato, andava abbastanza piano da non scomparire dalla sua vista, ma non per essere raggiunto. Si riduceva tutto a quegli attimi, all’illusione di aver puntato sul cavallo giusto, prima di essere inesorabilmente sorpassati in prossimità del traguardo.

Ma, prima o poi, anche il suo fumo si dirada e, a quel punto, basta muovere una mano per vedere chiaramente la verità palesarsi di fronte agli occhi.

Yuriy lo baciò, stringendogli la maglia leggera tra le dita, spingendolo verso di sè. Gli passò la lingua sulle labbra e gli strinse le braccia intorno al collo.

Si illudeva che questa notte sarebbe cambiato qualcosa?

Forse che, una volta finto, Kai si sarebbe rivestito e gli avrebbe detto che era pronto per seguirlo in Russia? E magari, già che c’era, sua madre sarebbe tornata, suo padre avrebbe smesso di bere, e poi, tutti insieme avrebbero affittato una casa sull’Isola Che Non C’è.

Balle. Le labbra di Kai avevano sempre lo stesso sapore e i suoi occhi la medesima fottuta luce di ogni altra volta.

Erano rosse come la più viva delle fiamme, e Yuriy non era così stupido da non sapere che se continui a giocare con il fuoco prima o poi ti bruci. E, ancora una volta, Yuriy cedette; perché il ghiaccio si scioglie sempre se c’è troppo calore in una stanza.

Gli sbottonò velocemente i jeans, mentre Kai si occupava di sfilargli la maglietta.

Kai imprecò quando le loro erezioni entrarono in contatto e Yuriy si lasciò andare scivolando contro il muro, appoggiando la nuca sulle mattonella fredde e lasciandosi sfuggire un gemito dalle labbra.

Voleva staccargli la testa, voleva riprendere il controllo di se stesso e mandarlo affanculo, voleva che Kai lo amasse almeno un po’… Voleva un sacco di cose, Yuriy Ivanov, ma, come al solito, non riuscì a fare nulla.

Lo guardò con occhi socchiusi mentre Kai si sputava su una mano e andava ad inumidire il proprio uccello, per poi entrare in lui. Quando lo sentì, Yuriy si strinse ancora di più addosso a lui, soffiando piccoli gemiti nell’incavo del suo collo.

Kai gli accarezzò il viso, scostandogli una ciocca di capelli appiccicata al volto sudato. Aumentò il ritmo delle spinte, invocando il suo nome ad ogni gemito. Vennero quasi contemporaneamente, tappandosi la bocca con una mano per evitare di fare rumore.

 

Esattamente come si aspettava, non era cambiato nulla dall’ultima volta.

Aveva ignorato i consigli che aveva ricevuto da tutti, persino da sè stesso. Aveva smesso di scappare e l’aveva affrontato, senza riuscire a vincere. Era rimasto in bilico per troppo tempo sull’orlo del precipizio e quando, alla fine aveva toccato il suolo, ne era uscito distrutto. Aveva finto di non provare dolore ed aveva il cuore in pezzi.

E ora l’unica cosa che gli era rimasto era un vago ed amaro sapore di birra e sigarette sulle labbra.

Questo era davvero Yuriy Ivanov?

Sì, e avrebbe volentieri fatto cambio con chiunque.

 

X

 

Dopo svariati secondi in cui Rei ebbe l’impressione di annegare nel verde smeraldo, distolse lo sguardo.

Quella situazione stava diventando sempre più assurda, minuto dopo minuto.

Alzò di nuovo lo sguardo verso di lui, chiedendosi cosa stesse pensando.

Cinque anni prima si erano quasi uccisi a vicenda e Rei aveva ancora le cicatrici sul petto a dimostrarlo. Quella situazione non era normale ma, alla fine, non lo era nemmeno che il suo ragazzo stesse festeggiando il compleanno con un altro, con Yuriy soprattutto.

Boris bevve un altro po’ di vodka e sorrise, guardando il cielo senza in realtà prestargli alcuna attenzione.

Ripensò alle sue parole, avrebbe voluto ancora Kai?

Certo, ne era innamorato, ma il gioco valeva la candela?

Alzò anche lui lo sguardo verso le stelle.

Non era così che doveva andare. Da quando era partito dalla Cina e aveva deciso di vivere con Kai, nulla era andato secondo i suoi piani.

Non avrebbe dovuto trovarsi in quella situazione; lui era un combattente, veniva dal Villaggio della Tigre Bianca, dannazione! Dov’era finito il suo orgoglio e la sua voglia di lottare?

 

Da troppo tempo aveva osservato da dietro le quinte, applaudendo quando le cose andavano bene e storcendo le labbra quando la situazione cadeva nel drammatico. Quando sarebbe entrato in scena?

Era davvero questo che voleva? Non essere più che uno spettatore frustrato che osserva la sua vita da lontano, lanciando qualche occhiata di sfuggita al libretto per immaginare cosa sarebbe successo dopo?

No, questo non era Rei Kon.

Era arrivato il momento di tornare nel personaggio.

Quando Boris sorrise, spostando lo sguardo verso di lui, Rei fu preso da un’ondata di terrore cieco e, in quel momento, non fu più sicuro di farcela.

I capelli grigi gli ricadevano sulle spalle e Rei riusciva a sentire l’odore d’alcol del suo fiato solleticare le proprie guancie. Il braccio con cui reggeva la sigaretta era coperto da una serie di piccole cicatrice che risaltavano sulla pelle chiara.

Se c’erano qualcuno che, sulla faccia della terra, rappresentava tutto ciò che Rei non era, quello era Boris Huznestov.

Persino i suoi colori erano l’opposto di quelli del russo. Se gli occhi di Rei potevano rappresentare il sole cocente della Cina e le giornate passate sotto la chioma di un albero, quando nel cielo non si vedono nuvole all’orizzonte, quelli di Boris erano l’inverno. Erano verdi come un prato lasciato senz’acqua e coperto dalla brina.

Ed ora stava flirtando con lui, durante la festa di compleanno di Kai, mentre quest’ultimo era introvabile per tutti tranne, a quanto pare, per quel russo dai capelli rossi. Anche solo a pensarlo gli veniva da ridere.

Ma voleva disperatamente entrare in partita e così radunò tutto il suo coraggio e fece quello che nemmeno lui si aspettava di essere capace di fare.

Il piatto era sempre più ricco.

Faites vos jeux, messieurs.

~To Be Continued…

 


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