Titolo: Take heart, sweetheart, or I will take it from you.
Fandom: RPF - TAKING BACK SUNDAY; RPF – BRAND NEW
Capitoli: 1/1
Pairing: Adam Lazzara/John Nolan/Jesse Lacey
Raiting: R
Disclaimer: I fatti narrati sono completamente di mia invenzione, i personaggi presenti in questa storia sono realmente esistenti ed appartengono a loro stessi, ed io non intendo dare rappresentazione veritiera ne del loro carattere ne della loro sessualità o offenderli in alcun modo. E per finire non guadagno nulla da tutto questo, boohya! \o/
Timeline: Primavera 2007.
Sommario: La verità è che John sta morendo solo trattenendosi dal dargli un bacio.
Conteggio parole: 6.261 (
fiumidiparole)
Note: Scritta per il COW-T #2 @
maridichallenge con il prompt: primavera, per lo Zodiaco Challenge @
fiumidiparole con il prompt: bad ending, senza contare che questa è tipo la mia ultimate fanfic.
Io non ci credo di esserci arrivata sul serio *O* Questa è la storia che io voglio scrivere da anni ormai, la threesome of doom, l’OT3 definitivo *muore nella bellezza* Non lo so, avrei potuto scriverla senza aspettare, ma avevo la sensazione di dovere dire delle altre cose prima, ecco :| Così tanto headcanon, così poco tempo per ricopiarlo su Word ;___; Anche qui dentro ci sono citazioni dei testi di Brand New, TBS e Straylight Run come se fosse un giorno di festa #IAintEvenSorry
Non è esattamente come la immaginavo, anche per il poco tempo che ho avuto a disposizione, ma almeno ce l’ho fatta \o/ Adesso che arriva Pasqua vedo di rimetterla a posto per crosspostarla in giro \o\
Sotto ci sono i link e in fondo c’è il solito specchietto /o/ (che sto giro è lunghissimo, quindi è meglio tagliare corto qui XD). Titolo da Good To Know That If I Ever Need Attention All I Have To Do Is Die dei Brand New.
Take heart, sweetheart, or I will take it from you.
E’ passata un’ora, ventitre minuti e dieci secondi, dal momento in cui John si sveglia a quando finalmente si alza dal letto. Si passa una mano sul viso, rimane qualche istante a fissare il soffitto chiaro e si rigira un paio di volte tra le lenzuola, prima di accendere il proprio telefono e mettersi a sedere.
Mentre sta per andare in bagno, il cellulare vibra accanto al cuscino ed un messaggio di Shaun gli comunica che l’avrebbe aspettato nella caffetteria accanto al loro hotel mentre Will andava a noleggiare una macchina.
E’ il momento, l’ultima occasione che ha per tirarsi indietro e fare la cosa giusta. Puo’ dire a Camille di essersi liberato all’ultimo ed insieme potrebbero passare un weekend a New York, magari andare a Coney Island o a vedere qualche spettacolo a Broadway.
John avrebbe potuto fare finta che tutti i dubbi e le incertezze non esistessero, solo per ventiquattro ore, il tempo necessario a fare sì che le scelte che aveva compiuto in quegli anni potessero diventare definitive.
Poi il momento passa e John si arrende al fatto che non aveva mai avuto intenzione di seguire i suoi stessi consigli. Si infila una camicia pulita trovata in fondo al borsone, lo stesso che aveva dietro quando era in tour, e scende nella hall.
Shaun lo aspetta seduto davanti ai tavolini, gli occhiali da sole calati sul viso e due bicchiere di caffè con la panna accanto. John si siede accanto a lui, prendendo un lungo sorso.
Nemmeno una settimana prima, quando era sdraiato mollemente su uno dei divani del tour bus e stava perdendo contro Shaun a Gran Turismo, Will era entrato con il laptop sotto braccio ed un piccolo sorriso sulle labbra. John aveva messo in pausa il gioco e Michelle aveva appoggiato per terra la chitarra, avvicinandosi a loro.
–Gli organizzatori avranno di che divertirsi- aveva mormorato indicando il sito del festival con un gesto della testa.
Shaun e Michelle erano rimasti in silenzio, lanciandogli uno sguardo a metà tra il curioso e il preoccupato, e John aveva alzato le spalle. –Non li invidio.-
La sera dopo, davanti ad una birra, aveva trovato il coraggio di tirare fuori l’argomento con Shaun. Non aveva avuto bisogno di molte parole perché lui c’era sempre stato, sapeva ciò che c’era dietro ad ogni scelta che John aveva preso e poteva immaginare anche cosa avrebbe voluto dire in quel momento.
John aveva passato quasi mezzora a cercare le parole giuste nella testa per cominciare quel discorso senza sembrare un perfetto idiota, ed avendo la sensazione che probabilmente quelle parole non esistessero perché quelli erano i suoi due ex e lasciarli era sembrato tanto giusto allora quanto adesso sembrava la peggiore delle decisioni che avesse mai preso. Alla fine Shaun aveva sospirato, appoggiando i gomiti sul tavolino di legno.
-John, se devi chiedermi qualcosa, fallo. Ti ho seguito in quello che tu stesso hai definito un suicidio professionale, pensi che mi faccia problemi adesso ?-
John si era morso le labbra e un mezzo sorriso aveva increspato le sue labbra. –Sono così prevedibile?-
Lui aveva alzato le spalle e preso un altro sorso di birra. –Sì, almeno con me e Michelle.-
-Dovremmo arrivare in tempo per l’apertura dei cancelli.- dice Shaun lanciando uno sguardo al suo orologio da polso. John vorrebbe ringraziarlo perché non ha idea di dove sarebbe ora se non ci fosse stato Shaun al suo fianco, ma lui scuote la testa. –Non dirlo neanche.- mormora tra le labbra.
***
Quando Adam si sveglia capisce subito che sarà una giornata da dimenticare. Una luce debole entra dagli spiragli delle tapparelle, fuori il cielo è leggermente grigio e nuvoloso e ogni cosa sembra sussurrare quanto alzarsi dal letto sia in realtà una pessima idea.
Con un sospiro accende una sigaretta, facendo cadere un po’ di cenere e sporcando le lenzuola bianche del letto della camera d’albergo. Appoggia la testa contro la spalliera e si morde il labbro. Non è giornata e lui non ha ne la voglia ne l’energia per affrontare tutto quello che ha davanti.
Mezzora dopo raggiunge gli altri ragazzi al tavolino del ristorante per fare colazione.
Matt ha in mano una tazza di caffè e un sorriso sulle labbra. Adam lo ringrazia con un cenno della testa, bevendone un lungo sorso.
-Mie!- esclama Eddie quando Matt cerca di rubare una fetta di pancake dal suo piatto, dandogli una leggera gomitata nel fianco. –Se le vuoi, muovi il culo e vai a prenderle!-
-Oh, andiamo- ride lui mentre un po’ di caffè macchia i disegni sulla tovaglia colorata. –Come se non fossi già abbastanza grasso!-
-Come facciate ad avere tutte queste energie, è una cosa che mi chiederò sempre.- mormora Fred da dietro il giornale, e lo sguardo di Adam si posa sulle grandi vetrate che circondano la sala.
Beve un altro piccolo sorso di caffè e rimane in silenzio.
Ogni minuto che passa gli toglie un po’ della poca voglia che gli è rimasta di esibirsi quel pomeriggio; voglia che aveva cominciato a lasciare il suo cervello nel momento in cui era stato informato di quali band sarebbero state in cartellone quel pomeriggio oltre a loro.
Mark spinge il telefono nella tasca dei jeans e si siede accanto a loro, stropicciandosi gli occhi con le mani.
-Com’è la situazione a casa?- gli domanda Eddie dopo qualche secondo.
Mark alza le spalle. –Come al solito. Mia mamma vi saluta, ha detto di raccomandarvi di-
-Vado a fumare una sigaretta.- lo interrompe Adam, alzandosi in piedi e raggiungendo l’uscita lentamente.
-Ehi- sussurra Eddie alle sue spalle quando Adam ha quasi raggiunto il filtro, sedendosi accanto a lui sugli scalini di marmo. –Che hai? Non sarai la persona più socievole che conosco al mattino, ma questo è troppo anche per te.-
Adam si morde leggermente l’interno della guancia e lancia uno sguardo al giardino. –Ipoteticamente, se noi dicessimo all’organizzazione che non ci sta bene la line up di oggi pomeriggio, quante possibilità abbiamo di essere ascoltati? Dopotutto ci hanno voluti loro, no? Saranno disposti a fare qualche sacrificio…-
Eddie volta il viso verso di lui. –Ipoteticamente, è tutta la line up a non starci bene o solamente una delle band?-
E Adam non è per niente sorpreso dal fatto che Eddie abbia capito subito di cosa stesse parlando. Era stata una delle persone a stargli più vicino, quando John se ne era andato, aveva visto lo sguardo che c’era sul suo volto in quei giorni; Eddie sapeva quanto gli avesse fatto male.
-Ci meritiamo di meglio che aprire per quello stronzo.- gli risponde schiacciando quello che è rimasto della sigaretta sotto la suola delle sue scarpe.
Eddie annuisce. –Vedrò cosa si puo’ fare.-
***
Non sono nemmeno le dieci e mezza del mattino, Jesse è sdraiato su uno dei divanetti del tour bus, ha gli occhi chiusi ed un block notes appoggiato sul petto, quando Brian lo viene a chiamare.
-Dobbiamo parlare.- dice e quando Jesse alza la testa vede Vin appoggiato con una spalla alla porta, una sigaretta tra le dita e l’aria di uno che avrebbe bisogno di come minimo altre cinque per calmarsi. Jesse si stropiccia gli occhi, si mette a sedere e non è nemmeno sorpreso quando Brian finisce di parlare.
-Per questi suoi atteggiamenti del cazzo ci rimettiamo noi…- mormora Vin facendo pendere la sigaretta dalle labbra. –Se gli stiamo così tanto sul culo perché non fa spostare la scaletta della sua dannata band?-
–Quindi noi che dovremmo fare?- chiede e Garrett alza le spalle.
-Siamo qui apposta per decidere.-
Jesse sospira e rimane in silenzio per qualche secondo.
Per una volta si trova d’accordo con Lazzara, probabilmente questa è la decisione giusta. Incontrarlo riaprirebbe vecchie ferite che non sono mai riuscite a chiudersi, nonostante siano passati anni da quando si sono aperte, e lui ha già il dolore provocato da quelle nuove per pensare di sopportare entrambe.
-Facciamo quello che vuole lui. O apriamo o chiudiamo il festival, per me è indifferente.-
Nonostante questo, una parte di lui spera di essere contraddetto dagli altri ragazzi mentre pronuncia quelle parole. Non succede, Vin scuote la testa andandosene e Brian e Garrett annuiscono piano, lasciandolo solo.
Jesse allunga il braccio verso il piccolo tavolino, prendendo in mano il telefono. Se lo rigira tra le dita per qualche istante, chiedendosi se farebbe la figura dell’idiota se ora mandasse un messaggio a Kevin chiedendogli di raggiungerlo.
Kevin gli risponde nemmeno un minuto dopo da quando ha premuto invio, dicendogli che sarebbe partito tra venti minuti.
***
John si accorge di essere arrivato solo quando Will spegne il motore della macchina.
Shaun si volta verso il sedile posteriore, recuperando il giubbotto e Will gli lancia un’occhiata attraverso lo specchietto retrovisore, mentre con una mano spegne la radio e chiude i finestrini.
-Come rimaniamo? Sta sera verso le undici qui davanti?-
John annuisce mettendosi gli occhiali da sole sul viso e aprendo la portiera della macchina. –Comunque per qualsiasi cosa ho il telefono acceso.- Appena scende dall’auto il sole gli colpisce la fronte.
Shaun sbadiglia e si guarda in torno per un attimo. –Io propongo di cercare un posto dove pranzare.-
John sente l’adrenalina dargli piccoli brividi sulle braccia, farsi strada nelle sue vene scorrendo insieme alla paura.
Durante il viaggio aveva provato a cercare qualcosa da dire che avesse un minimo di senso quando si fosse trovato Adam o Jesse davanti, ma la sua testa non era altro che tabula rasa.
Non parlava con Adam ormai da quattro anni, da quel viaggio in macchina che era sembrato lunghissimo ma che non era bastato per far si che John gli dicesse le parole che si era tenuto per se durante tutto il periodo in cui erano stati insieme.
Quando, durante quel tempo, aveva sentito Mark, si era trattenuto dal chiedergli come stesse Adam. La domanda suonava stonata persino nelle sue orecchie e lui non aveva alcun diritto di porgerla.
Al contrario, sembravano secoli che non sentiva la voce di Jesse, eppure erano passati solo pochi mesi da quando si erano visti l’ultima volta.
Doveva ancora abituarsi alla vita senza di lui, ne aveva fatto parte da quando aveva nove anni, e ora ogni volta che aveva voglia di parlare con qualcuno, di ridere o anche solo di dire stronzate, doveva ricordare a se stesso che non poteva farlo con Jesse perché tra di loro era andato tutto a puttane. E la cosa peggiore era che non aveva idea di come rimettere a posto le cose, ogni soluzione che gli veniva in mente mandava a fanculo un altro pezzo della sua vita.
Non aveva idea di come quel pomeriggio potesse aggiustare le cose, ma sentiva di doverci provare comunque.
***
Un’ora e un quarto dopo Kevin bussa alla porta del loro bus. Indossa una camicia leggera e tra le mani regge un sacchetto di un fast food e due bottiglie di vetro.
Gli passa un panino ed una birra ghiacciata, sedendosi accanto a Jesse e appoggiando la schiena contro i cuscini.
-Ho pensato di fermarmi a prendere qualcosa, tanto sapevo che qui dentro non avrei nulla per pranzare.- Jesse ne prende un sorso e aspetta, sperando che Kevin si inventi qualcosa per mandare avanti quella conversazione perché, prima o poi, sa di dover dargli una spiegazione sul perché l’ha fatto venire in New Jersey e vorrebbe davvero rimandare quel momento il più possibile. Non è solamente lo specchio di situazioni a fargli male, il modo in cui John lo aveva scaricato mesi prima che ricorda così tanto come si era comportato con Lazzara, ma anche alcune cose che dovevano rimanere seppellite infondo al suo cervello ma che in realtà continuavano a venire a galla.
Sorprendentemente le parole di Kevin continuano ad uscire dalla sua bocca, tra un discorso e l’altro, ma il discorso vira dal cibo all’ultima persona sulla quale Jesse ha voglia di parlare.
Kevin esita un secondo, prende un lungo sorso di birra e poi sposta lo sguardo verso l’esterno, dove si riescono a sentire sommessamente le voci di Vin e Garrett, parlare appena fuori dall’entrata.
-Non indovinerai mai chi ho visto nel parcheggio.-
***
L’erba è ancora umida sotto la suola delle sue scarpe; Adam sente la tela bagnarsi ad ogni passo.
Cerca il pacchetto di sigarette nella tasca dei jeans, portandosene una tra le labbra.
Si stringe nel giubbotto e lascia cadere la cenere per terra, il panino che li ha portato Matt per pranzo è dimenticato sul tavolino di plastica davanti a lui.
E’ ormai mezzogiorno passato, erano riusciti a convincere l’organizzazione a spostare la loro esibizione e fino all’ora di cena non avrebbe avuto nulla in particolare da fare. Questo gli da un sacco di tempo per riflettere, cosa che, in questo momento, Adam non ha intenzione di fare. Se avesse cominciato, le idee si sarebbero avvicendate velocemente e ammettere certe cose era l’ultima cosa che aveva voglia di fare.
E’ la cosa che lo mandava più in bestia. Perché sono passati anni, le cose sono cambiate e lui non è più il ragazzino di diciotto anni che si era appena trasferito a New York, eppure ogni volta che pensa a Jesse Lacey sembrava che tornasse ad esserlo.
Alla fine c’era riuscito.
Voleva John e John aveva scelto lui, lasciandolo da solo, con il cuore spezzato e promesse mai mantenute. Gli aveva portato via tutto ciò che in quel periodo sembrava davvero importante e che, ogni tanto, torna a sembrare tale nella sua testa, nonostante anche lui sappia che non è più così.
E poi c’era stato quel momento, venti minuti scarsi in un camerino umido di un locale del Colorado, in cui era sembrato che John non importasse più. Non era stato che un attimo in cui tutto era stato folle e confuso, qualcosa che sarebbe dovuto finire praticamente nel momento stesso in cui era iniziato ma che in realtà era tutto tranne che dimenticato.
Cerca nella tasca il telefonino e scrive velocemente un messaggio a Matt, sfiorando per qualche istante il tasto di invio con il pollice prima di cancellarlo e rimettersi il cellulare in tasca.
Probabilmente se l’avesse letto, l’avrebbe chiamato chiedendogli se avesse preso un colpo di sole perché non è normale fare tutto quel casino per far spostare un esibizione e poi decidere di andare allo stadio dove si svolgeva il festival nel primo pomeriggio; e Adam avrebbe dovuto dargli un sacco di spiegazioni che gli avrebbero portato a confessare cose che non voleva ammettere nemmeno con se stesso.
Fuma un’altra sigaretta e poi si decide a rientrare in hotel, andando verso la reception e chiedendo il numero dei taxi.
***
L’aria è secca nonostante sia primavera inoltrata e il vento soffia spingendo le nuvole fino a farle coprire il sole, quando Jesse sale sul palco. Molti dei ragazzi seduti sull’erba sono sorpresi quando lo vedono infilarsi la tracolla della chitarra.
Appena le prime note della canzone si diffondono dagli amplificatori ai lati del palco, dalle prime file si alza una piccola nuvola di polvere.
Aveva provato a non fare caso alle parole di Kevin, dopotutto persino lui aveva ammesso di essergli passato lontano e di non essere davvero sicuro di chi fosse, ma il pensiero che John si trovasse a pochi metri, da qualche parte tra il pubblico, che lo stesse ascoltando in quel momento, non voleva saperne di abbandonare il suo cervello.
Urla nel microfono tutta la sua rabbia, giusto nel caso stesse davvero assistendo a quell’esibizione, ma quando la canzone finisce è tutto esattamente come prima.
Ogni debole raggio del sole sembra essere intenzionato a bloccargli la visuale, rendendo le persone del pubblico nient’altro che un alone confuso. E la verità è che non sa nemmeno cosa augurarsi.
La presenza di John l’avrebbe obbligato ad ammettere che tutte le serate passate nei pub di Manhattan con Kevin, le canzoni e le parole scarabocchiate velocemente su un taccuino e poi incise su un cd non erano bastate; bruciava ancora e sarebbe bruciato sempre. E pensare che Kevin si fosse sbagliato faceva male esattamente quanto pensare che l’avesse riconosciuto sul serio.
Non bastava la presenza di Lazzara ad incasinare ogni cosa, a quanto pare.
Quando il sole sta cominciando a rischiarare di nuovo il cielo e loro hanno finito la quarta canzone che hanno in scaletta, Jesse si morde un labbro ed esita solo un secondo, prima di avvicinarsi a Brian.
-Che ne dici di un cambio di scaletta all’ultimo?- gli domanda e Brian alza le spalle, togliendosi la giacca e rimanendo in attesa.
Jesse si avvicina al microfono e sente il vento dargli piccoli brividi sul collo, mentre si infila ancora la tracolla della chitarra. Suona i primi accordi di Degausser per la seconda volta nel giro di un quarto d’ora.
Si sente qualche urla provenire dal mosh pit e Vin alza un sopracciglio, venendogli subito dietro con la chitarra. Se c’era anche la remota possibilità che John stesse ascoltando, è meglio fare di tutto perché il messaggio gli arrivi forte e chiaro.
La cuffia gli cade sugli occhi ma ormai ha smesso di cercare il viso di John tra quello dei ragazzi sotto il palco.
Il mosh pit si anima di nuovo quando tornano sul palco, cominciando a suonare Seventy Times Seven e, a metà canzone, Jesse finalmente lo vede. E’ costretto a socchiudere gli occhi della luce del sole ma gli basta un’occhiata per riconoscerlo.
John Nolan è in piedi a meno di dieci metri dal palco, con gli occhiali da sole calati sul viso e un piccolo sorriso ad increspargli le labbra.
Non riesce a fare altro che ricambiare quel sorriso perché, finalmente, puo’ sputargli di nuovo quelle parole e ricordargli di tutte quelle promesse che, ancora una volta, non è riuscito a mantenere.
Ma era stato Jesse a lasciare che John lo deludesse di nuovo e ora doveva farci i conti.
***
John ha le mani sudate e la tentazione di voltarsi e tornare verso il parcheggio.
Man mano che il tempo passa si pente sempre di più della decisione di essere venuto, cosa che succede ogni volta che segue il suo l’istinto. Spinge le mani infondo alla tasca dei jeans e si guarda intorno, prima di fare un altro passo sullo sterrato.
E’ tornato ad avere diciotto anni e ancora una volta non ha idea di cosa poter dire per rimettere a posto le cose. Con la differenza che l’ultima volta, quando tutto era crollato intorno a loro, lui e Jesse erano precipitati insieme. L’ultima volta Jesse era ancora il suo migliore amico.
Lo vede seduto su un piccolo muretto, quasi alla fine del parcheggio.
Kevin sta ridendo, guardando appena dietro il suo viso e, proprio quando John è ormai abbastanza vicino da sentire di cosa stessero parlando, gli occhi di Jesse incontrano i suoi.
Sono quasi grigi, nonostante ormai il sole sia alto nel cielo e le nuvole avessero smesso di coprirlo, e sembra che siano passati davvero secoli dall’ultima volta in cui John gli ha visti.
Quando anche Kevin nota la sua presenza, rimane in silenzio per qualche istante senza che l’espressione del suo viso cambi. John lo saluta con un sorriso che Kevin ricambia a malapena, prima di alzarsi in piedi e togliere la polvere dai suoi jeans.
-Io vado verso il bar.- dice in direzione di Jesse, per poi voltare ancora lo sguardo verso di lui. –Ci vediamo, John.-
Lui annuisce piano. –Certo.-
–E’ stato un bel concerto.- dice mentre si siede accanto a lui. Preme le mani nelle tasche per mandare via la tentazione di stringerle una con l’altra, mentre aspetta che Jesse si decida a dire qualcosa.
Jesse stringe leggermente gli occhi, si morde l’interno della bocca e alla fine non risponde.
La gente nel parcheggio non è che un rumore lontano, quasi soffocato dalle parole che Jesse non si decide a pronunciare. John strappa qualche filo d’erba e ci gioca con le dita, continuando a guardare davanti a se perché ora sono così vicini e John non si fida di se stesso, il rischio di fare qualcosa di immensamente stupido è troppo alto.
La verità è che John sta morendo solo trattenendosi dal dargli un bacio.
-Perché sei qui, John?- domanda piano e per un attimo, quando incontra i suoi occhi, John si pente davvero di essere venuto. -Pensavo che ora avessi trovato qualcun altro con cui passare il tuo tempo.-
E John ha così tante parole sulla punta della lingua da non sapere nemmeno da dove cominciare, perché non è giusto tirare fuori Camille ora e, se proprio Jesse vuole fargli del male, John sa bene come ridargli il colpo, perchè sarebbero potuti passare altri mille anni e lui sarebbe sempre stato la persona sulla faccia della terra che lo conosceva meglio. Però poi si ricorda di star parlando con Jesse.
Non avrebbe mai capito il peso delle decisioni che John sentiva su di se ogni giorno, perchè Jesse sembra sempre dare per certo tutte quelle cose del quale lui non è mai stato sicuro e John avrebbe passato la vita invidiandolo per questo.
-Invece sono qui.- sussurra piano, sfiorandogli appena un braccio con le dita.
-Non avresti dovuto farlo.- risponde Jesse secco, alzandosi in piedi e camminando in fretta verso i bus.
Dopotutto lo aveva sempre saputo; essere migliori amici significa Jesse avrebbe premuto il grilletto e John avrebbe avuto quello che si merita.
***
Adam è fermo davanti ai cancelli da quasi dieci minuti, ogni tanto lancia un’occhiata al suo cellulare mentre fuma una sigaretta dietro l’altra.
Il respiro si ferma per un istante nella sua gola quando lo riconosce. John ha i capelli spettinati e si stringe leggermente nelle spalle, mentre si avvicina all’uscita.
Sono anni che non lo vede eppure non sembra cambiato nemmeno minimamente e, per un attimo, Adam ha paura di essere ancora innamorato di lui, ora che finalmente la sua vita sta andando nel verso giusto e il cuore sembra fargli un po’ meno male. Deglutisce a vuoto e fa un respiro profondo, quando anche John lo riconosce e si avvicina a lui con un piccolo sorriso.
-Non mi aspettavo di trovarti qui,- dice abbassandosi gli occhiali da sole –Avevo sentito che voi suonavate più tardi.-
-Mai quanto me- dice mentre cerca nelle tasche di jeans le sigarette, appoggiandosene una tra le labbra.
John sorride ancora, alzando le spalle. L’imbarazzo gli colora appena il viso. –Beh, avevamo una pausa…-
Adam ha la tentazione di tirargli un pugno sul viso perché, Dio, non parlano da quattro anni, come fa a pensare sia una buona idea presentarsi lì ora, cercando di rovinargli la vita solo perché ha una pausa dal tour.
-Ti va se ti offro un caffè?- domanda piano. E Adam non sa fare altro che annuire.
John appoggia la schiena contro la piccola sedia di plastica mentre Adam soffia il fumo dalle labbra. E’ sorprendente quanto sembri facile stare con Adam; più passano i minuti e più gli viene difficile ricordare perché le cose siano finite così male.
Durante questi ultimi anni, aveva smesso di fare caso a tutte le notti che aveva passato lontano da casa, in una camera d’albergo profumata e con il minibar, e l’unica cosa che gli veniva in mente era quanto gli mancasse dormire per terra nel piccolo van di Eddie. Ogni cosa gli era sembrata difficile in quel periodo, ma la verità è che allora non aveva la minima idea del significato di quella parola.
Adesso non sta vivendo la vita che si immaginava per se quando, a vent’anni, suonava con i ragazzi, ma stava cominciando ad accontentarsi. Nel momento stesso in cui quel pensiero si formula, John si immagina le risate di Adam e Jesse nella sua testa. Sapeva che avrebbero reagito così se l’avesse detto ad alta voce.
-Come stanno i ragazzi?-
Adam lo guarda negli occhi per un attimo, sa che Shaun e Mark sono rimasti in contatto, se davvero gli interessa sapere come stanno gli altri, avrebbe potuto chiederlo a lui in qualsiasi momento. Poi si ricorda che John non si aspettava di incontrarlo quel pomeriggio, che si stava allontanando dal parcheggio dei bus, capisce che probabilmente non voleva nemmeno vederlo e si sente nuovamente la seconda scelta.
Ancora una volta non era abbastanza, non lo sarebbe mai stato. Il suo peggio aveva sempre avuto il potere di portare fuori il meglio da John.
-Bene,- dice alzando le spalle. –Eddie ha due bambini e Mark si dovrebbe sposare presto.-
-E Matt e Fred…?- chiede.
Adam sorride perché Matt e Fred hanno preso il suo posto e quello di Shaun, e ribadire che la band sia andata avanti nonostante tutto, che lui l’abbia fatto, gli provoca una leggera sensazione di rivalsa. John non è l’unico ad aver chiuso completamente quel periodo della sua vita.
-Stanno bene anche loro.-
-Mi fa piacere.- commenta nascondendo il viso dietro il suo bicchiere di caffè.
-Sei venuto per lui, vero?- domanda e, appena sente le parole uscire dalle sue labbra, vorrebbe ricacciarsele diritte in gola.
Sulle labbra di John si forma un piccolo sorriso amaro. –Io e Jesse non stiamo più insieme.- dice guardando da tutt’altra parte. –Sono venuto per cercare di chiarire alcune cose ma immagino che non sia possa dire tutto, no? Ci sono parole che rimarranno sempre in sospeso.-
Adam sente la nausea nello stomaco e gli occhi cominciare a bruciargli leggermente. Non importa quanto lui provi a cambiare le cose, sarebbe finito sempre con il cuore spezzato.
-Io devo andare. Saluta Shaun e Michelle e stammi bene.- mormora alzandosi in piedi e mettendosi gli occhiali da sole sul viso.
John lo ferma, stringendogli il polso tra le dita. –In bocca al lupo per sta sera, so che sarà uno spettacolo fantastico.- dice piano e Adam non puo’ fare a meno di sorridergli. –Io sarò tra il pubblico.-
Quando Adam si allontana dal tavolino, il dubbio si è trasformato in certezza.
***
Soffia un piccolo vento freddo sopra il palco, quando Adam finisce di suonare, ma la luna non è coperta e si vede chiaramente sopra di lui. Lui guarda davanti a se i ragazzi saltare, andando a ritmo con la sua musica, tira un po’ il filo del microfono e sorride.
-Io e gli altri pensavamo di andare a prendere una birra,- gli dice Matt quando ormai hanno raggiunto il back stage, bevendo da una delle bottigliette d’acqua che avevano appoggiato per loro ai lati del palco, appena dietro le quinte. –Tu ti unisci a noi o…?-
Adam esita un istante. Vede qualcuno appoggiato ad una delle colonne in acciaio, la felpa del cappuccio sulla testa e le braccia conserte davanti a se e, anche se non ha davvero nulla da dirgli, scuote la testa.
–La prossima volta, magari. Ci vediamo in albergo.-
Matt muove la testa, vede Jesse, e rimane un secondo in silenzio. Alza un sopracciglio ed un sospiro gli esce dalle labbra. –Come ti pare. Se cambi idea, chiamaci in qualsiasi momento. Sia io che i ragazzi teniamo il telefono accesso.-
-Grazie- sussurra alla fine. Nonostante tutto, un piccolo sorriso si forma sulla sua bocca.
-Bella esibizione.- gli dice Jesse appena gli passa davanti. La sua voce suona arrogante e falsa persino alle sue stesse orecchie e si chiede come mai finisca sempre a fare lo stronzo con Adam, anche quando non ne ha la minima intenzione.
-Grazie.- gli risponde lui secco, non fermandosi nemmeno per incontrare il suo sguardo.
- Aspetta. Possiamo parlare?- Jesse lo ferma, stringendogli il braccio tra le dita per impedirgli di andarsene, com’era tanto bravo a fare. –Da soli?- aggiunge quando lo vede rimanere in attesa.
Adam sospira. Vuole dirgli che i ragazzi lo stanno aspettando, andarsene ed attendere altri cinque anni prima di rivederlo di nuovo.
-Nel mio tourbus non c’è nessuno.- mormora infine, e Jesse sorride piano.
-Cosa c’è?- domanda lasciando la porta leggermente aperta.
Jesse è seduto su uno dei divanetti, accanto alla sua chitarra e ai cartoni vuoti della rosticceria cinese che gli altri avevano mangiato per cena. –Puoi farlo?- chiede quando lo vede accendersi una sigaretta.
Adam alza le spalle, soffiando il fumo dalle labbra, –Mio bus, mie regole.- e Jesse sorride.
-Non sei cambiato per niente, vero, Lazzara?- sussurra, ma questa volta, ad Adam sembra di sentire una piccola sfumatura divertita nella sua voce. –Il casino da primadonna che hai messo in piedi oggi con l’organizzazione…-
Adam lo guarda in faccia per la prima volta da quando è entrato. –Mi biasimi?-
Jesse sospira e poi scuote la testa. –No.- ammette piano, tanto che Adam fa fatica a sentirlo. -L’hai visto, vero?- domanda dopo qualche istante di silenzio.
-Sì.- Adam socchiude gli occhi e appoggia la schiena contro i cuscini. –Ha detto di essere qui per te.- mormora tra i denti.
-Stronzate. E’ qui per avere la coscienza a posto. E’ John, sai com’è fatto.-
Adam aspira un lungo tiro. Quella conversazione aveva cominciato a fargli male ancora prima che iniziasse. –Cosa vuoi da me?-
-Non lo so,- Jesse si stringe nelle spalle –Qualcuno che sappia come ci si senta, immagino.-
-Ironico- sussurra, schiacciando il filtro tra le dita. –Ora che successo a te non sembra più così divertente, vero?-
Jesse si morde le labbra. –Mi dispiace per come sono andate le cose tra di voi, davvero.- La risata di Adam suona orribilmente vuota, ma Jesse continua a parlare. –Ma le cose non vanno a finire bene quando ci sono troppe questioni in sospeso.-
E Adam sa che non si sta riferendo solamente a John. Guarda da un’altra parte mentre risponde. –Forse alcune cose è bene che rimangano tali, no? Almeno questo è quello che pensa John.-
Jesse sorride. –Ecco uno dei motivi per cui lui è uno stronzo.-
Ed è una situazione talmente surreale che non avrebbe saputo spiegarla nemmeno a se stesso.
E’ così strano per Adam, parlare con Jesse ora come se non fosse la persona che odia di più sulla faccia della terra, la stessa che si è divertita a rovinargli la vita, che quasi non si rende conto della porta che viene aperta appena.
-Se sei occupato, ripasso- mormora John piano salendo gli scalini del bus. –Volevo solo farti i complimenti, è stato fantastico esattamente come mi immaginavo.-
La tensione accumulata in quei piccoli metri quadri sembra essere diventata troppa persino per respirare.
Fuori, l’eco della musica proveniente dallo stadio si diffonde soffuso, insieme alle voci delle persone che ridono nel parcheggio ed il verso delle cicale.
Adam si morde un labbro e Jesse non fa altro che spostare lo sguardo verso di lui.
-Oh,- sussurra piano John, rimanendo sulla porta. –Non sapevo che vi avrei trovato qui.-
Tra tutte le direzioni che quella serata poteva prendere, questa è la più inaspettata e John non avrebbe potuto essere più spaventato. Adam cerca qualcosa da dire, dimenticandosi ancora una volta che le giustificazioni non servono più, tra di loro era ormai finito tutto da anni.
-Stavamo solamente chiacchierando.- mormora Jesse dietro ad un piccolo sorriso, nonostante il suo umore non avrebbe potuto essere peggiore.
John annuisce piano. –Allora forse è il caso che torni più tardi- mormora voltandosi per scendere gli scalini.
Adam si morde un labbro e scuote la testa. –No, John, aspetta.- e non ha la minima idea di come continuare. Non ha ragioni per chiedergli di restare, a parte farlo per lui, e Adam si ricorda che per John lui non era mai valso abbastanza.
John annuisce, forse perché tornare indietro avrebbe voluto dire che la sua vita era destinata a rimanere esattamente come era stata negli ultimi mesi, e questo faceva più paura che passare la serata con Jesse e Adam nella stessa stanza.
Rimane appoggiato ai piccoli fornelli con la schiena, stringendo il giubbotto tra le dita e attendendo che la tensione smettesse di dargli la sensazione di stare soffocando.
Sta aspettando invano.
-Io… devo andare- mormora alla fine abbassando lo sguardo.
Adam annuisce. Era stata una cattiva idea dall’inizio.
–E’ stato bello rivederti- mormora con la sensazione che sarebbero passati altri quattro anni prima che l’avrebbe visto ancora.
John prende un altro respiro e poi, in un attimo, la sua bocca è su quella di Adam e le cose sembrano essere tornate a posto, anche se solo per un istante.
Non sa nemmeno cosa dire quando Adam allontana il viso da lui, con gli occhi spalancati e fin troppa confusione a riempire i suoi occhi marroni.
Adam si morde un labbro e segue il suo istinto, la porta fa un rumore sordo quando la chiude con un gesto della mano.
Jesse rimane in silenzio, le parole non sembrano voler uscire dalla sua gola e per qualche istante non riesce nemmeno a capire se sia ricordato di respirare. Rimane fermo, stringendosi nelle spalle, allontanando lo sguardo da loro e cercando di fare finta che non facesse così male.
Jesse si alza dal divano, camminando verso Adam.
Sente le sue braccia tremare leggermente mentre cammina, ed arriva a meno di un respiro dal suo viso. Ha solo bisogno di dimostrare a John che anche lui poteva ferirlo, o almeno è quello che si ripete.
Adam spalanca gli occhi quando sente le sue labbra sulla sua bocca, il fiato gli si spezza in gola e lo sguardo va istintivamente nella direzione di John.
La bocca di Jesse è calda e le sue labbra sono screpolate, l’accenno di barba gli punge le guancie.
Adam pensa di capire quello che lui sta facendo, ma probabilmente non avrebbe potuto essere più lontano dalla verità. E non potrebbe importargliene di meno.
Una mano stringe la sua felpa e, prima che lui decida se voglia allontanarsi o aprire la bocca, tutto è finito.
Questa sera non avrebbe fatto alcuna differenza ma, allo stesso modo, avrebbe cambiato tutto.
Quando gli occhi di John incontrano quelli azzurri di Jesse, lui sente davvero il peso di tutte le parole che si sono accumulate tra di loro, così tanto da riempire il silenzio presente in quella stanza. Ci sono momenti, come questo, in cui non riesce nemmeno ad elencare tutti i modi in cui lo Jesse è capace di distruggerlo.
La giacca gli scivola dalle dita e cade ai suoi piedi quando la labbra di Jesse incontrano le sue.
Chiude le palpebre, sente le sue mani sulle guancie e la sua lingua sfiorargli i denti e, dentro quel bacio, ci sono recriminazione e rabbia ed è esattamente come se Jesse stesse premendo il grilletto.
Scivolano sul divano e Adam si avvicina a loro e non ci sono più baci placidi e promesse che profumano d’eternità, ma solo il ricordo di tutte le volte in cui si sono ritrovati con il cuore spezzato e la sensazione di essere vicini al punto in cui risulterà davvero impossibile ripararlo.
Jesse lo guarda un attimo prima di baciare di nuovo John; si slaccia la cintura dei jeans, fa cadere la felpa sul cuscino e vorrebbe davvero trovare la forza per alzarsi e andarsene perché John non ha mai fatto altro che questo; accendeva un fuoco e, quando ne perdeva il controllo, nient’altro che gridare che non fosse colpa sua.
Le labbra di Adam sanno di sigarette e i suoi baci sono più dolci di quanto si aspettasse. Quando lo vede tirarsi indietro, gli afferra ancora il braccio perché non puo’ permettergli di scappare ancora. Non ora che sente di avere davvero bisogno di lui.
Lui gli sorride appena, sfilandosi la maglietta.
Adam sente le labbra di John sul suo collo, mentre gli slaccia la cintura dei jeans. Lascia cadere la testa all’indietro sui cuscini quando sente il bacino di John sfiorare appena la stoffa dei suoi boxer.
Stavano succedendo troppe cose quella sera per pensare che domani avesse potuto andare avanti come se nulla fosse ma, conosceva John, non erano comunque abbastanza da fare qualche differenza la mattina successiva.
John sospira dalle labbra socchiuse e Jesse abbassa la zip dei suoi pantaloni, sfiorandoglielo con le dita prima di abbassarsi in ginocchio davanti ai cuscini e prenderglielo in bocca. Lui sussurra il suo nome tra le labbra, spinge il bacino verso di lui e alla cieca, cerca con le dita la mano di Adam, stringendola forte.
Adam stringe i pugni mentre, dopo qualche minuto, sente le mani di John alzargli appena l’elastico dei boxer e le labbra di Jesse lasciargli piccoli baci leggeri sulla bocca.
Quando viene ed un piccolo urlo roco gli sfugge dalle labbra. Non è stupito, era John, sarebbe sempre stato la persona con cui tutto sembrava essere giusto e, allo stesso tempo, faceva spaventosamente male.
Il respiro di Jesse si spezza nella sua gola mentre Adam si volta verso di lui, spingendosi sempre più vicino.
Abbassa un braccio, cominciando a masturbarlo senza allontanare il suo viso nemmeno per un istante dalle sue labbra. Ed è così diverso dal trovarsi di nuovo in quel camerino ma in realtà non è cambiato nulla. Perché nonostante tutte l’impegno e i tentativi, le parole non dette tra di loro pesano quanto i venti anni che aveva passato con John al suo fianco.
Nuovamente nel bus cala il silenzio e non si sente nulla a parte i rumori di quella serata primaverile, appena fuori nel parcheggio.
Jesse lascia un ultimo bacio a John, stringendogli la camicia aperta tra le dita e cercando di trovare il coraggio di lasciarlo andare sul serio.
Non avrebbe voluto farlo ma ormai il legame che c’era tra di loro era diventato troppo pesante perché Jesse riuscisse a trattenerlo con le dita. John voleva precipitare e Jesse l’avrebbe lasciato cadere.
Sorride ad Adam, lasciandogli un piccolo bacio sulle labbra e poi si riveste, dirigendosi verso il proprio bus.
Adam si morde un labbro e si infila di nuovo i jeans, il fumo di un’altra sigaretta alleggia nell’aria e John tossisce appena.
Gli lascia un piccolo bacio sulla guancia e sente il telefono vibrare nella tasca dei suoi jeans. Guarda lo schermo per qualche istante prima di parlare.
-E’ Shaun. Lui e Will mi stanno aspettando in macchina, devo andare.- mormora fissando i cuscini colorati –E’ stato davvero bello rivederti. Mi sei mancato tanto.-
Adam annuisce.
Vuole dirgli che non è obbligato ad andarsene, che lui era ancora suo se John lo voleva, che lo era sempre stato. Ma alla fine annuisce, aspirando l’ennesimo lungo tiro.
-Anche tu mi sei mancato.-
Di nuovo sono fermi con troppe parole sulla punta della lingua che non hanno il coraggio di pronunciare, di nuovo Adam si ritrova senza difese, dipendente e solo.
Prima parte: I’m lying just to keep you here [Adam/John] ~ Seconda parte: I just wanna break you down so badly {while I trip over everything you say} [Adam/Jesse] ~ Terza parte: We’re concentrating on falling apart [Jesse/John]
Note 2.0: Prima di tutto, il Kevin citato qui dentro è Kevin Devine, BFF di Jesse ed ennesimo uomo per cui ho una cotta stratosferica (dovreste seguirlo su twitter per capire). Anche qui, la sua bromance con Jesse è epica.
Allora, il 2007 è un anno bello pieno di LongIsland!Drama.
John e Shaun avevano lasciato i Taking Back Sunday nella primavera 2002 (la leggenda narra che John disse a Shaun ‘Ti va di compiere un suicidio professionale con me?’) (tra i motivi c’è il fatto che Adam ha tradito la sorella di John, Michelle, che Adam –ma anche John e gli altri- praticamente non facevano molto altro che ubriacarsi e che insomma, la chimica nella band era sparita) e da quel momento Adam e John non si sono più parlati. Jesse ha preso le parti di John, rilasciando interviste dove diceva cose del tipo che Adam era stato uno stronzo con John ed era stronzo due volte perché continuava a suonare There’s No In Team canzone che John aveva scritto per Jesse e in cui lui non centrava nulla. Non è un bel periodo per Adam (ascoltate Where You Want to Be per credere, l’angst fattosi cd).
All’inizio del 2007 (che è più o meno il periodo in cui John si è sposato) John e Jesse litigano di nuovo (sto giro non so mica perché, quindi naturalmente ho adatto i fatti alla trama. Mi dispiace parlare di LongIsland!Drama nel periodo in cui erano/sono fidanzati/sposati e dovere per forza tirare dentro le ragazze, mi sembra di basharle indirettamente ;__; -escludendo il periodo in cui Adam stava con Michelle. Shaun/Michelle è il vero OTP 4evah, punto e basta) e tra l’altro, si mormora che Jesse non sia andato nemmeno al suo matrimonio.
Tornando al Bamboozle, la cosa sicura è che erano in cartellone sia i TBS che i Brand New lo stesso giorno e che i Taking Back Sunday sono stati spostati praticamente a fine serata, mentre il sito del festival ha annunciato all’ultimo che Brand New avrebbero aperto il concerto a mezzogiorno. Quando alcuni fan hanno chiesto a Vin e Derrick del perchè, loro hanno risposto che Adam si era ‘rifiutato di aprire per i Brand New’ e a quel punto Jesse aveva detto agli organizzatori che o erano i primi a suonare o gli ultimi. Dopo questa cosa, le crew di entrambe le band hanno risposto con un no comment a qualsiasi domanda.
C’è anche da dire il fatto che (e da qui il fatto che questo è uno dei miei momenti preferiti del LongIsland!Drama perché era dal glorioso tour con i Rufio del 2002 che questi tre non stavano insieme nel raggio di così pochi metri) gli Straylight Run in quel periodo avevano una pausa di undici giorni dal loro tour nel Midwest e molti fan hanno detto di avere intravisto John, Shaun e Will nei pressi del mosh pit.
Fun fact: i Brand New, oltre ad avere suonato Degausser duevolte (che, a parte essere la mia canzone preferita ever, nel mio headcanon è stata scritta per John e nessuno, nemmeno Jesse, potrà mai convincermi del contrario), in questo video durante Seventy Times Seven, canzone che canonicamente è dedicata a John, più o meno a 4:30 si vede Jesse che indica un punto imprecisato nel mosh pit.
IK,R? Il mio fandom fa ‘na pippa a Beautiful. E qui ho descritto solamente un pomeriggio XD
TL;DR: i TBS hanno suonato in questo festival con Brand New, forse c’erano anche John e, considerando che sono tre primedonne, drama ensues D:
Fandom: RPF - TAKING BACK SUNDAY; RPF – BRAND NEW
Capitoli: 1/1
Pairing: Adam Lazzara/John Nolan/Jesse Lacey
Raiting: R
Disclaimer: I fatti narrati sono completamente di mia invenzione, i personaggi presenti in questa storia sono realmente esistenti ed appartengono a loro stessi, ed io non intendo dare rappresentazione veritiera ne del loro carattere ne della loro sessualità o offenderli in alcun modo. E per finire non guadagno nulla da tutto questo, boohya! \o/
Timeline: Primavera 2007.
Sommario: La verità è che John sta morendo solo trattenendosi dal dargli un bacio.
Conteggio parole: 6.261 (
Note: Scritta per il COW-T #2 @
Io non ci credo di esserci arrivata sul serio *O* Questa è la storia che io voglio scrivere da anni ormai, la threesome of doom, l’OT3 definitivo *muore nella bellezza* Non lo so, avrei potuto scriverla senza aspettare, ma avevo la sensazione di dovere dire delle altre cose prima, ecco :| Così tanto headcanon, così poco tempo per ricopiarlo su Word ;___; Anche qui dentro ci sono citazioni dei testi di Brand New, TBS e Straylight Run come se fosse un giorno di festa #IAintEvenSorry
Non è esattamente come la immaginavo, anche per il poco tempo che ho avuto a disposizione, ma almeno ce l’ho fatta \o/ Adesso che arriva Pasqua vedo di rimetterla a posto per crosspostarla in giro \o\
Sotto ci sono i link e in fondo c’è il solito specchietto /o/ (che sto giro è lunghissimo, quindi è meglio tagliare corto qui XD). Titolo da Good To Know That If I Ever Need Attention All I Have To Do Is Die dei Brand New.
Take heart, sweetheart, or I will take it from you.
E’ passata un’ora, ventitre minuti e dieci secondi, dal momento in cui John si sveglia a quando finalmente si alza dal letto. Si passa una mano sul viso, rimane qualche istante a fissare il soffitto chiaro e si rigira un paio di volte tra le lenzuola, prima di accendere il proprio telefono e mettersi a sedere.
Mentre sta per andare in bagno, il cellulare vibra accanto al cuscino ed un messaggio di Shaun gli comunica che l’avrebbe aspettato nella caffetteria accanto al loro hotel mentre Will andava a noleggiare una macchina.
E’ il momento, l’ultima occasione che ha per tirarsi indietro e fare la cosa giusta. Puo’ dire a Camille di essersi liberato all’ultimo ed insieme potrebbero passare un weekend a New York, magari andare a Coney Island o a vedere qualche spettacolo a Broadway.
John avrebbe potuto fare finta che tutti i dubbi e le incertezze non esistessero, solo per ventiquattro ore, il tempo necessario a fare sì che le scelte che aveva compiuto in quegli anni potessero diventare definitive.
Poi il momento passa e John si arrende al fatto che non aveva mai avuto intenzione di seguire i suoi stessi consigli. Si infila una camicia pulita trovata in fondo al borsone, lo stesso che aveva dietro quando era in tour, e scende nella hall.
Shaun lo aspetta seduto davanti ai tavolini, gli occhiali da sole calati sul viso e due bicchiere di caffè con la panna accanto. John si siede accanto a lui, prendendo un lungo sorso.
Nemmeno una settimana prima, quando era sdraiato mollemente su uno dei divani del tour bus e stava perdendo contro Shaun a Gran Turismo, Will era entrato con il laptop sotto braccio ed un piccolo sorriso sulle labbra. John aveva messo in pausa il gioco e Michelle aveva appoggiato per terra la chitarra, avvicinandosi a loro.
–Gli organizzatori avranno di che divertirsi- aveva mormorato indicando il sito del festival con un gesto della testa.
Shaun e Michelle erano rimasti in silenzio, lanciandogli uno sguardo a metà tra il curioso e il preoccupato, e John aveva alzato le spalle. –Non li invidio.-
La sera dopo, davanti ad una birra, aveva trovato il coraggio di tirare fuori l’argomento con Shaun. Non aveva avuto bisogno di molte parole perché lui c’era sempre stato, sapeva ciò che c’era dietro ad ogni scelta che John aveva preso e poteva immaginare anche cosa avrebbe voluto dire in quel momento.
John aveva passato quasi mezzora a cercare le parole giuste nella testa per cominciare quel discorso senza sembrare un perfetto idiota, ed avendo la sensazione che probabilmente quelle parole non esistessero perché quelli erano i suoi due ex e lasciarli era sembrato tanto giusto allora quanto adesso sembrava la peggiore delle decisioni che avesse mai preso. Alla fine Shaun aveva sospirato, appoggiando i gomiti sul tavolino di legno.
-John, se devi chiedermi qualcosa, fallo. Ti ho seguito in quello che tu stesso hai definito un suicidio professionale, pensi che mi faccia problemi adesso ?-
John si era morso le labbra e un mezzo sorriso aveva increspato le sue labbra. –Sono così prevedibile?-
Lui aveva alzato le spalle e preso un altro sorso di birra. –Sì, almeno con me e Michelle.-
-Dovremmo arrivare in tempo per l’apertura dei cancelli.- dice Shaun lanciando uno sguardo al suo orologio da polso. John vorrebbe ringraziarlo perché non ha idea di dove sarebbe ora se non ci fosse stato Shaun al suo fianco, ma lui scuote la testa. –Non dirlo neanche.- mormora tra le labbra.
***
Quando Adam si sveglia capisce subito che sarà una giornata da dimenticare. Una luce debole entra dagli spiragli delle tapparelle, fuori il cielo è leggermente grigio e nuvoloso e ogni cosa sembra sussurrare quanto alzarsi dal letto sia in realtà una pessima idea.
Con un sospiro accende una sigaretta, facendo cadere un po’ di cenere e sporcando le lenzuola bianche del letto della camera d’albergo. Appoggia la testa contro la spalliera e si morde il labbro. Non è giornata e lui non ha ne la voglia ne l’energia per affrontare tutto quello che ha davanti.
Mezzora dopo raggiunge gli altri ragazzi al tavolino del ristorante per fare colazione.
Matt ha in mano una tazza di caffè e un sorriso sulle labbra. Adam lo ringrazia con un cenno della testa, bevendone un lungo sorso.
-Mie!- esclama Eddie quando Matt cerca di rubare una fetta di pancake dal suo piatto, dandogli una leggera gomitata nel fianco. –Se le vuoi, muovi il culo e vai a prenderle!-
-Oh, andiamo- ride lui mentre un po’ di caffè macchia i disegni sulla tovaglia colorata. –Come se non fossi già abbastanza grasso!-
-Come facciate ad avere tutte queste energie, è una cosa che mi chiederò sempre.- mormora Fred da dietro il giornale, e lo sguardo di Adam si posa sulle grandi vetrate che circondano la sala.
Beve un altro piccolo sorso di caffè e rimane in silenzio.
Ogni minuto che passa gli toglie un po’ della poca voglia che gli è rimasta di esibirsi quel pomeriggio; voglia che aveva cominciato a lasciare il suo cervello nel momento in cui era stato informato di quali band sarebbero state in cartellone quel pomeriggio oltre a loro.
Mark spinge il telefono nella tasca dei jeans e si siede accanto a loro, stropicciandosi gli occhi con le mani.
-Com’è la situazione a casa?- gli domanda Eddie dopo qualche secondo.
Mark alza le spalle. –Come al solito. Mia mamma vi saluta, ha detto di raccomandarvi di-
-Vado a fumare una sigaretta.- lo interrompe Adam, alzandosi in piedi e raggiungendo l’uscita lentamente.
-Ehi- sussurra Eddie alle sue spalle quando Adam ha quasi raggiunto il filtro, sedendosi accanto a lui sugli scalini di marmo. –Che hai? Non sarai la persona più socievole che conosco al mattino, ma questo è troppo anche per te.-
Adam si morde leggermente l’interno della guancia e lancia uno sguardo al giardino. –Ipoteticamente, se noi dicessimo all’organizzazione che non ci sta bene la line up di oggi pomeriggio, quante possibilità abbiamo di essere ascoltati? Dopotutto ci hanno voluti loro, no? Saranno disposti a fare qualche sacrificio…-
Eddie volta il viso verso di lui. –Ipoteticamente, è tutta la line up a non starci bene o solamente una delle band?-
E Adam non è per niente sorpreso dal fatto che Eddie abbia capito subito di cosa stesse parlando. Era stata una delle persone a stargli più vicino, quando John se ne era andato, aveva visto lo sguardo che c’era sul suo volto in quei giorni; Eddie sapeva quanto gli avesse fatto male.
-Ci meritiamo di meglio che aprire per quello stronzo.- gli risponde schiacciando quello che è rimasto della sigaretta sotto la suola delle sue scarpe.
Eddie annuisce. –Vedrò cosa si puo’ fare.-
***
Non sono nemmeno le dieci e mezza del mattino, Jesse è sdraiato su uno dei divanetti del tour bus, ha gli occhi chiusi ed un block notes appoggiato sul petto, quando Brian lo viene a chiamare.
-Dobbiamo parlare.- dice e quando Jesse alza la testa vede Vin appoggiato con una spalla alla porta, una sigaretta tra le dita e l’aria di uno che avrebbe bisogno di come minimo altre cinque per calmarsi. Jesse si stropiccia gli occhi, si mette a sedere e non è nemmeno sorpreso quando Brian finisce di parlare.
-Per questi suoi atteggiamenti del cazzo ci rimettiamo noi…- mormora Vin facendo pendere la sigaretta dalle labbra. –Se gli stiamo così tanto sul culo perché non fa spostare la scaletta della sua dannata band?-
–Quindi noi che dovremmo fare?- chiede e Garrett alza le spalle.
-Siamo qui apposta per decidere.-
Jesse sospira e rimane in silenzio per qualche secondo.
Per una volta si trova d’accordo con Lazzara, probabilmente questa è la decisione giusta. Incontrarlo riaprirebbe vecchie ferite che non sono mai riuscite a chiudersi, nonostante siano passati anni da quando si sono aperte, e lui ha già il dolore provocato da quelle nuove per pensare di sopportare entrambe.
-Facciamo quello che vuole lui. O apriamo o chiudiamo il festival, per me è indifferente.-
Nonostante questo, una parte di lui spera di essere contraddetto dagli altri ragazzi mentre pronuncia quelle parole. Non succede, Vin scuote la testa andandosene e Brian e Garrett annuiscono piano, lasciandolo solo.
Jesse allunga il braccio verso il piccolo tavolino, prendendo in mano il telefono. Se lo rigira tra le dita per qualche istante, chiedendosi se farebbe la figura dell’idiota se ora mandasse un messaggio a Kevin chiedendogli di raggiungerlo.
Kevin gli risponde nemmeno un minuto dopo da quando ha premuto invio, dicendogli che sarebbe partito tra venti minuti.
***
John si accorge di essere arrivato solo quando Will spegne il motore della macchina.
Shaun si volta verso il sedile posteriore, recuperando il giubbotto e Will gli lancia un’occhiata attraverso lo specchietto retrovisore, mentre con una mano spegne la radio e chiude i finestrini.
-Come rimaniamo? Sta sera verso le undici qui davanti?-
John annuisce mettendosi gli occhiali da sole sul viso e aprendo la portiera della macchina. –Comunque per qualsiasi cosa ho il telefono acceso.- Appena scende dall’auto il sole gli colpisce la fronte.
Shaun sbadiglia e si guarda in torno per un attimo. –Io propongo di cercare un posto dove pranzare.-
John sente l’adrenalina dargli piccoli brividi sulle braccia, farsi strada nelle sue vene scorrendo insieme alla paura.
Durante il viaggio aveva provato a cercare qualcosa da dire che avesse un minimo di senso quando si fosse trovato Adam o Jesse davanti, ma la sua testa non era altro che tabula rasa.
Non parlava con Adam ormai da quattro anni, da quel viaggio in macchina che era sembrato lunghissimo ma che non era bastato per far si che John gli dicesse le parole che si era tenuto per se durante tutto il periodo in cui erano stati insieme.
Quando, durante quel tempo, aveva sentito Mark, si era trattenuto dal chiedergli come stesse Adam. La domanda suonava stonata persino nelle sue orecchie e lui non aveva alcun diritto di porgerla.
Al contrario, sembravano secoli che non sentiva la voce di Jesse, eppure erano passati solo pochi mesi da quando si erano visti l’ultima volta.
Doveva ancora abituarsi alla vita senza di lui, ne aveva fatto parte da quando aveva nove anni, e ora ogni volta che aveva voglia di parlare con qualcuno, di ridere o anche solo di dire stronzate, doveva ricordare a se stesso che non poteva farlo con Jesse perché tra di loro era andato tutto a puttane. E la cosa peggiore era che non aveva idea di come rimettere a posto le cose, ogni soluzione che gli veniva in mente mandava a fanculo un altro pezzo della sua vita.
Non aveva idea di come quel pomeriggio potesse aggiustare le cose, ma sentiva di doverci provare comunque.
***
Un’ora e un quarto dopo Kevin bussa alla porta del loro bus. Indossa una camicia leggera e tra le mani regge un sacchetto di un fast food e due bottiglie di vetro.
Gli passa un panino ed una birra ghiacciata, sedendosi accanto a Jesse e appoggiando la schiena contro i cuscini.
-Ho pensato di fermarmi a prendere qualcosa, tanto sapevo che qui dentro non avrei nulla per pranzare.- Jesse ne prende un sorso e aspetta, sperando che Kevin si inventi qualcosa per mandare avanti quella conversazione perché, prima o poi, sa di dover dargli una spiegazione sul perché l’ha fatto venire in New Jersey e vorrebbe davvero rimandare quel momento il più possibile. Non è solamente lo specchio di situazioni a fargli male, il modo in cui John lo aveva scaricato mesi prima che ricorda così tanto come si era comportato con Lazzara, ma anche alcune cose che dovevano rimanere seppellite infondo al suo cervello ma che in realtà continuavano a venire a galla.
Sorprendentemente le parole di Kevin continuano ad uscire dalla sua bocca, tra un discorso e l’altro, ma il discorso vira dal cibo all’ultima persona sulla quale Jesse ha voglia di parlare.
Kevin esita un secondo, prende un lungo sorso di birra e poi sposta lo sguardo verso l’esterno, dove si riescono a sentire sommessamente le voci di Vin e Garrett, parlare appena fuori dall’entrata.
-Non indovinerai mai chi ho visto nel parcheggio.-
***
L’erba è ancora umida sotto la suola delle sue scarpe; Adam sente la tela bagnarsi ad ogni passo.
Cerca il pacchetto di sigarette nella tasca dei jeans, portandosene una tra le labbra.
Si stringe nel giubbotto e lascia cadere la cenere per terra, il panino che li ha portato Matt per pranzo è dimenticato sul tavolino di plastica davanti a lui.
E’ ormai mezzogiorno passato, erano riusciti a convincere l’organizzazione a spostare la loro esibizione e fino all’ora di cena non avrebbe avuto nulla in particolare da fare. Questo gli da un sacco di tempo per riflettere, cosa che, in questo momento, Adam non ha intenzione di fare. Se avesse cominciato, le idee si sarebbero avvicendate velocemente e ammettere certe cose era l’ultima cosa che aveva voglia di fare.
E’ la cosa che lo mandava più in bestia. Perché sono passati anni, le cose sono cambiate e lui non è più il ragazzino di diciotto anni che si era appena trasferito a New York, eppure ogni volta che pensa a Jesse Lacey sembrava che tornasse ad esserlo.
Alla fine c’era riuscito.
Voleva John e John aveva scelto lui, lasciandolo da solo, con il cuore spezzato e promesse mai mantenute. Gli aveva portato via tutto ciò che in quel periodo sembrava davvero importante e che, ogni tanto, torna a sembrare tale nella sua testa, nonostante anche lui sappia che non è più così.
E poi c’era stato quel momento, venti minuti scarsi in un camerino umido di un locale del Colorado, in cui era sembrato che John non importasse più. Non era stato che un attimo in cui tutto era stato folle e confuso, qualcosa che sarebbe dovuto finire praticamente nel momento stesso in cui era iniziato ma che in realtà era tutto tranne che dimenticato.
Cerca nella tasca il telefonino e scrive velocemente un messaggio a Matt, sfiorando per qualche istante il tasto di invio con il pollice prima di cancellarlo e rimettersi il cellulare in tasca.
Probabilmente se l’avesse letto, l’avrebbe chiamato chiedendogli se avesse preso un colpo di sole perché non è normale fare tutto quel casino per far spostare un esibizione e poi decidere di andare allo stadio dove si svolgeva il festival nel primo pomeriggio; e Adam avrebbe dovuto dargli un sacco di spiegazioni che gli avrebbero portato a confessare cose che non voleva ammettere nemmeno con se stesso.
Fuma un’altra sigaretta e poi si decide a rientrare in hotel, andando verso la reception e chiedendo il numero dei taxi.
***
L’aria è secca nonostante sia primavera inoltrata e il vento soffia spingendo le nuvole fino a farle coprire il sole, quando Jesse sale sul palco. Molti dei ragazzi seduti sull’erba sono sorpresi quando lo vedono infilarsi la tracolla della chitarra.
Appena le prime note della canzone si diffondono dagli amplificatori ai lati del palco, dalle prime file si alza una piccola nuvola di polvere.
Aveva provato a non fare caso alle parole di Kevin, dopotutto persino lui aveva ammesso di essergli passato lontano e di non essere davvero sicuro di chi fosse, ma il pensiero che John si trovasse a pochi metri, da qualche parte tra il pubblico, che lo stesse ascoltando in quel momento, non voleva saperne di abbandonare il suo cervello.
Urla nel microfono tutta la sua rabbia, giusto nel caso stesse davvero assistendo a quell’esibizione, ma quando la canzone finisce è tutto esattamente come prima.
Ogni debole raggio del sole sembra essere intenzionato a bloccargli la visuale, rendendo le persone del pubblico nient’altro che un alone confuso. E la verità è che non sa nemmeno cosa augurarsi.
La presenza di John l’avrebbe obbligato ad ammettere che tutte le serate passate nei pub di Manhattan con Kevin, le canzoni e le parole scarabocchiate velocemente su un taccuino e poi incise su un cd non erano bastate; bruciava ancora e sarebbe bruciato sempre. E pensare che Kevin si fosse sbagliato faceva male esattamente quanto pensare che l’avesse riconosciuto sul serio.
Non bastava la presenza di Lazzara ad incasinare ogni cosa, a quanto pare.
Quando il sole sta cominciando a rischiarare di nuovo il cielo e loro hanno finito la quarta canzone che hanno in scaletta, Jesse si morde un labbro ed esita solo un secondo, prima di avvicinarsi a Brian.
-Che ne dici di un cambio di scaletta all’ultimo?- gli domanda e Brian alza le spalle, togliendosi la giacca e rimanendo in attesa.
Jesse si avvicina al microfono e sente il vento dargli piccoli brividi sul collo, mentre si infila ancora la tracolla della chitarra. Suona i primi accordi di Degausser per la seconda volta nel giro di un quarto d’ora.
Si sente qualche urla provenire dal mosh pit e Vin alza un sopracciglio, venendogli subito dietro con la chitarra. Se c’era anche la remota possibilità che John stesse ascoltando, è meglio fare di tutto perché il messaggio gli arrivi forte e chiaro.
La cuffia gli cade sugli occhi ma ormai ha smesso di cercare il viso di John tra quello dei ragazzi sotto il palco.
Il mosh pit si anima di nuovo quando tornano sul palco, cominciando a suonare Seventy Times Seven e, a metà canzone, Jesse finalmente lo vede. E’ costretto a socchiudere gli occhi della luce del sole ma gli basta un’occhiata per riconoscerlo.
John Nolan è in piedi a meno di dieci metri dal palco, con gli occhiali da sole calati sul viso e un piccolo sorriso ad increspargli le labbra.
Non riesce a fare altro che ricambiare quel sorriso perché, finalmente, puo’ sputargli di nuovo quelle parole e ricordargli di tutte quelle promesse che, ancora una volta, non è riuscito a mantenere.
Ma era stato Jesse a lasciare che John lo deludesse di nuovo e ora doveva farci i conti.
***
John ha le mani sudate e la tentazione di voltarsi e tornare verso il parcheggio.
Man mano che il tempo passa si pente sempre di più della decisione di essere venuto, cosa che succede ogni volta che segue il suo l’istinto. Spinge le mani infondo alla tasca dei jeans e si guarda intorno, prima di fare un altro passo sullo sterrato.
E’ tornato ad avere diciotto anni e ancora una volta non ha idea di cosa poter dire per rimettere a posto le cose. Con la differenza che l’ultima volta, quando tutto era crollato intorno a loro, lui e Jesse erano precipitati insieme. L’ultima volta Jesse era ancora il suo migliore amico.
Lo vede seduto su un piccolo muretto, quasi alla fine del parcheggio.
Kevin sta ridendo, guardando appena dietro il suo viso e, proprio quando John è ormai abbastanza vicino da sentire di cosa stessero parlando, gli occhi di Jesse incontrano i suoi.
Sono quasi grigi, nonostante ormai il sole sia alto nel cielo e le nuvole avessero smesso di coprirlo, e sembra che siano passati davvero secoli dall’ultima volta in cui John gli ha visti.
Quando anche Kevin nota la sua presenza, rimane in silenzio per qualche istante senza che l’espressione del suo viso cambi. John lo saluta con un sorriso che Kevin ricambia a malapena, prima di alzarsi in piedi e togliere la polvere dai suoi jeans.
-Io vado verso il bar.- dice in direzione di Jesse, per poi voltare ancora lo sguardo verso di lui. –Ci vediamo, John.-
Lui annuisce piano. –Certo.-
–E’ stato un bel concerto.- dice mentre si siede accanto a lui. Preme le mani nelle tasche per mandare via la tentazione di stringerle una con l’altra, mentre aspetta che Jesse si decida a dire qualcosa.
Jesse stringe leggermente gli occhi, si morde l’interno della bocca e alla fine non risponde.
La gente nel parcheggio non è che un rumore lontano, quasi soffocato dalle parole che Jesse non si decide a pronunciare. John strappa qualche filo d’erba e ci gioca con le dita, continuando a guardare davanti a se perché ora sono così vicini e John non si fida di se stesso, il rischio di fare qualcosa di immensamente stupido è troppo alto.
La verità è che John sta morendo solo trattenendosi dal dargli un bacio.
-Perché sei qui, John?- domanda piano e per un attimo, quando incontra i suoi occhi, John si pente davvero di essere venuto. -Pensavo che ora avessi trovato qualcun altro con cui passare il tuo tempo.-
E John ha così tante parole sulla punta della lingua da non sapere nemmeno da dove cominciare, perché non è giusto tirare fuori Camille ora e, se proprio Jesse vuole fargli del male, John sa bene come ridargli il colpo, perchè sarebbero potuti passare altri mille anni e lui sarebbe sempre stato la persona sulla faccia della terra che lo conosceva meglio. Però poi si ricorda di star parlando con Jesse.
Non avrebbe mai capito il peso delle decisioni che John sentiva su di se ogni giorno, perchè Jesse sembra sempre dare per certo tutte quelle cose del quale lui non è mai stato sicuro e John avrebbe passato la vita invidiandolo per questo.
-Invece sono qui.- sussurra piano, sfiorandogli appena un braccio con le dita.
-Non avresti dovuto farlo.- risponde Jesse secco, alzandosi in piedi e camminando in fretta verso i bus.
Dopotutto lo aveva sempre saputo; essere migliori amici significa Jesse avrebbe premuto il grilletto e John avrebbe avuto quello che si merita.
***
Adam è fermo davanti ai cancelli da quasi dieci minuti, ogni tanto lancia un’occhiata al suo cellulare mentre fuma una sigaretta dietro l’altra.
Il respiro si ferma per un istante nella sua gola quando lo riconosce. John ha i capelli spettinati e si stringe leggermente nelle spalle, mentre si avvicina all’uscita.
Sono anni che non lo vede eppure non sembra cambiato nemmeno minimamente e, per un attimo, Adam ha paura di essere ancora innamorato di lui, ora che finalmente la sua vita sta andando nel verso giusto e il cuore sembra fargli un po’ meno male. Deglutisce a vuoto e fa un respiro profondo, quando anche John lo riconosce e si avvicina a lui con un piccolo sorriso.
-Non mi aspettavo di trovarti qui,- dice abbassandosi gli occhiali da sole –Avevo sentito che voi suonavate più tardi.-
-Mai quanto me- dice mentre cerca nelle tasche di jeans le sigarette, appoggiandosene una tra le labbra.
John sorride ancora, alzando le spalle. L’imbarazzo gli colora appena il viso. –Beh, avevamo una pausa…-
Adam ha la tentazione di tirargli un pugno sul viso perché, Dio, non parlano da quattro anni, come fa a pensare sia una buona idea presentarsi lì ora, cercando di rovinargli la vita solo perché ha una pausa dal tour.
-Ti va se ti offro un caffè?- domanda piano. E Adam non sa fare altro che annuire.
John appoggia la schiena contro la piccola sedia di plastica mentre Adam soffia il fumo dalle labbra. E’ sorprendente quanto sembri facile stare con Adam; più passano i minuti e più gli viene difficile ricordare perché le cose siano finite così male.
Durante questi ultimi anni, aveva smesso di fare caso a tutte le notti che aveva passato lontano da casa, in una camera d’albergo profumata e con il minibar, e l’unica cosa che gli veniva in mente era quanto gli mancasse dormire per terra nel piccolo van di Eddie. Ogni cosa gli era sembrata difficile in quel periodo, ma la verità è che allora non aveva la minima idea del significato di quella parola.
Adesso non sta vivendo la vita che si immaginava per se quando, a vent’anni, suonava con i ragazzi, ma stava cominciando ad accontentarsi. Nel momento stesso in cui quel pensiero si formula, John si immagina le risate di Adam e Jesse nella sua testa. Sapeva che avrebbero reagito così se l’avesse detto ad alta voce.
-Come stanno i ragazzi?-
Adam lo guarda negli occhi per un attimo, sa che Shaun e Mark sono rimasti in contatto, se davvero gli interessa sapere come stanno gli altri, avrebbe potuto chiederlo a lui in qualsiasi momento. Poi si ricorda che John non si aspettava di incontrarlo quel pomeriggio, che si stava allontanando dal parcheggio dei bus, capisce che probabilmente non voleva nemmeno vederlo e si sente nuovamente la seconda scelta.
Ancora una volta non era abbastanza, non lo sarebbe mai stato. Il suo peggio aveva sempre avuto il potere di portare fuori il meglio da John.
-Bene,- dice alzando le spalle. –Eddie ha due bambini e Mark si dovrebbe sposare presto.-
-E Matt e Fred…?- chiede.
Adam sorride perché Matt e Fred hanno preso il suo posto e quello di Shaun, e ribadire che la band sia andata avanti nonostante tutto, che lui l’abbia fatto, gli provoca una leggera sensazione di rivalsa. John non è l’unico ad aver chiuso completamente quel periodo della sua vita.
-Stanno bene anche loro.-
-Mi fa piacere.- commenta nascondendo il viso dietro il suo bicchiere di caffè.
-Sei venuto per lui, vero?- domanda e, appena sente le parole uscire dalle sue labbra, vorrebbe ricacciarsele diritte in gola.
Sulle labbra di John si forma un piccolo sorriso amaro. –Io e Jesse non stiamo più insieme.- dice guardando da tutt’altra parte. –Sono venuto per cercare di chiarire alcune cose ma immagino che non sia possa dire tutto, no? Ci sono parole che rimarranno sempre in sospeso.-
Adam sente la nausea nello stomaco e gli occhi cominciare a bruciargli leggermente. Non importa quanto lui provi a cambiare le cose, sarebbe finito sempre con il cuore spezzato.
-Io devo andare. Saluta Shaun e Michelle e stammi bene.- mormora alzandosi in piedi e mettendosi gli occhiali da sole sul viso.
John lo ferma, stringendogli il polso tra le dita. –In bocca al lupo per sta sera, so che sarà uno spettacolo fantastico.- dice piano e Adam non puo’ fare a meno di sorridergli. –Io sarò tra il pubblico.-
Quando Adam si allontana dal tavolino, il dubbio si è trasformato in certezza.
***
Soffia un piccolo vento freddo sopra il palco, quando Adam finisce di suonare, ma la luna non è coperta e si vede chiaramente sopra di lui. Lui guarda davanti a se i ragazzi saltare, andando a ritmo con la sua musica, tira un po’ il filo del microfono e sorride.
-Io e gli altri pensavamo di andare a prendere una birra,- gli dice Matt quando ormai hanno raggiunto il back stage, bevendo da una delle bottigliette d’acqua che avevano appoggiato per loro ai lati del palco, appena dietro le quinte. –Tu ti unisci a noi o…?-
Adam esita un istante. Vede qualcuno appoggiato ad una delle colonne in acciaio, la felpa del cappuccio sulla testa e le braccia conserte davanti a se e, anche se non ha davvero nulla da dirgli, scuote la testa.
–La prossima volta, magari. Ci vediamo in albergo.-
Matt muove la testa, vede Jesse, e rimane un secondo in silenzio. Alza un sopracciglio ed un sospiro gli esce dalle labbra. –Come ti pare. Se cambi idea, chiamaci in qualsiasi momento. Sia io che i ragazzi teniamo il telefono accesso.-
-Grazie- sussurra alla fine. Nonostante tutto, un piccolo sorriso si forma sulla sua bocca.
-Bella esibizione.- gli dice Jesse appena gli passa davanti. La sua voce suona arrogante e falsa persino alle sue stesse orecchie e si chiede come mai finisca sempre a fare lo stronzo con Adam, anche quando non ne ha la minima intenzione.
-Grazie.- gli risponde lui secco, non fermandosi nemmeno per incontrare il suo sguardo.
- Aspetta. Possiamo parlare?- Jesse lo ferma, stringendogli il braccio tra le dita per impedirgli di andarsene, com’era tanto bravo a fare. –Da soli?- aggiunge quando lo vede rimanere in attesa.
Adam sospira. Vuole dirgli che i ragazzi lo stanno aspettando, andarsene ed attendere altri cinque anni prima di rivederlo di nuovo.
-Nel mio tourbus non c’è nessuno.- mormora infine, e Jesse sorride piano.
-Cosa c’è?- domanda lasciando la porta leggermente aperta.
Jesse è seduto su uno dei divanetti, accanto alla sua chitarra e ai cartoni vuoti della rosticceria cinese che gli altri avevano mangiato per cena. –Puoi farlo?- chiede quando lo vede accendersi una sigaretta.
Adam alza le spalle, soffiando il fumo dalle labbra, –Mio bus, mie regole.- e Jesse sorride.
-Non sei cambiato per niente, vero, Lazzara?- sussurra, ma questa volta, ad Adam sembra di sentire una piccola sfumatura divertita nella sua voce. –Il casino da primadonna che hai messo in piedi oggi con l’organizzazione…-
Adam lo guarda in faccia per la prima volta da quando è entrato. –Mi biasimi?-
Jesse sospira e poi scuote la testa. –No.- ammette piano, tanto che Adam fa fatica a sentirlo. -L’hai visto, vero?- domanda dopo qualche istante di silenzio.
-Sì.- Adam socchiude gli occhi e appoggia la schiena contro i cuscini. –Ha detto di essere qui per te.- mormora tra i denti.
-Stronzate. E’ qui per avere la coscienza a posto. E’ John, sai com’è fatto.-
Adam aspira un lungo tiro. Quella conversazione aveva cominciato a fargli male ancora prima che iniziasse. –Cosa vuoi da me?-
-Non lo so,- Jesse si stringe nelle spalle –Qualcuno che sappia come ci si senta, immagino.-
-Ironico- sussurra, schiacciando il filtro tra le dita. –Ora che successo a te non sembra più così divertente, vero?-
Jesse si morde le labbra. –Mi dispiace per come sono andate le cose tra di voi, davvero.- La risata di Adam suona orribilmente vuota, ma Jesse continua a parlare. –Ma le cose non vanno a finire bene quando ci sono troppe questioni in sospeso.-
E Adam sa che non si sta riferendo solamente a John. Guarda da un’altra parte mentre risponde. –Forse alcune cose è bene che rimangano tali, no? Almeno questo è quello che pensa John.-
Jesse sorride. –Ecco uno dei motivi per cui lui è uno stronzo.-
Ed è una situazione talmente surreale che non avrebbe saputo spiegarla nemmeno a se stesso.
E’ così strano per Adam, parlare con Jesse ora come se non fosse la persona che odia di più sulla faccia della terra, la stessa che si è divertita a rovinargli la vita, che quasi non si rende conto della porta che viene aperta appena.
-Se sei occupato, ripasso- mormora John piano salendo gli scalini del bus. –Volevo solo farti i complimenti, è stato fantastico esattamente come mi immaginavo.-
La tensione accumulata in quei piccoli metri quadri sembra essere diventata troppa persino per respirare.
Fuori, l’eco della musica proveniente dallo stadio si diffonde soffuso, insieme alle voci delle persone che ridono nel parcheggio ed il verso delle cicale.
Adam si morde un labbro e Jesse non fa altro che spostare lo sguardo verso di lui.
-Oh,- sussurra piano John, rimanendo sulla porta. –Non sapevo che vi avrei trovato qui.-
Tra tutte le direzioni che quella serata poteva prendere, questa è la più inaspettata e John non avrebbe potuto essere più spaventato. Adam cerca qualcosa da dire, dimenticandosi ancora una volta che le giustificazioni non servono più, tra di loro era ormai finito tutto da anni.
-Stavamo solamente chiacchierando.- mormora Jesse dietro ad un piccolo sorriso, nonostante il suo umore non avrebbe potuto essere peggiore.
John annuisce piano. –Allora forse è il caso che torni più tardi- mormora voltandosi per scendere gli scalini.
Adam si morde un labbro e scuote la testa. –No, John, aspetta.- e non ha la minima idea di come continuare. Non ha ragioni per chiedergli di restare, a parte farlo per lui, e Adam si ricorda che per John lui non era mai valso abbastanza.
John annuisce, forse perché tornare indietro avrebbe voluto dire che la sua vita era destinata a rimanere esattamente come era stata negli ultimi mesi, e questo faceva più paura che passare la serata con Jesse e Adam nella stessa stanza.
Rimane appoggiato ai piccoli fornelli con la schiena, stringendo il giubbotto tra le dita e attendendo che la tensione smettesse di dargli la sensazione di stare soffocando.
Sta aspettando invano.
-Io… devo andare- mormora alla fine abbassando lo sguardo.
Adam annuisce. Era stata una cattiva idea dall’inizio.
–E’ stato bello rivederti- mormora con la sensazione che sarebbero passati altri quattro anni prima che l’avrebbe visto ancora.
John prende un altro respiro e poi, in un attimo, la sua bocca è su quella di Adam e le cose sembrano essere tornate a posto, anche se solo per un istante.
Non sa nemmeno cosa dire quando Adam allontana il viso da lui, con gli occhi spalancati e fin troppa confusione a riempire i suoi occhi marroni.
Adam si morde un labbro e segue il suo istinto, la porta fa un rumore sordo quando la chiude con un gesto della mano.
Jesse rimane in silenzio, le parole non sembrano voler uscire dalla sua gola e per qualche istante non riesce nemmeno a capire se sia ricordato di respirare. Rimane fermo, stringendosi nelle spalle, allontanando lo sguardo da loro e cercando di fare finta che non facesse così male.
Jesse si alza dal divano, camminando verso Adam.
Sente le sue braccia tremare leggermente mentre cammina, ed arriva a meno di un respiro dal suo viso. Ha solo bisogno di dimostrare a John che anche lui poteva ferirlo, o almeno è quello che si ripete.
Adam spalanca gli occhi quando sente le sue labbra sulla sua bocca, il fiato gli si spezza in gola e lo sguardo va istintivamente nella direzione di John.
La bocca di Jesse è calda e le sue labbra sono screpolate, l’accenno di barba gli punge le guancie.
Adam pensa di capire quello che lui sta facendo, ma probabilmente non avrebbe potuto essere più lontano dalla verità. E non potrebbe importargliene di meno.
Una mano stringe la sua felpa e, prima che lui decida se voglia allontanarsi o aprire la bocca, tutto è finito.
Questa sera non avrebbe fatto alcuna differenza ma, allo stesso modo, avrebbe cambiato tutto.
Quando gli occhi di John incontrano quelli azzurri di Jesse, lui sente davvero il peso di tutte le parole che si sono accumulate tra di loro, così tanto da riempire il silenzio presente in quella stanza. Ci sono momenti, come questo, in cui non riesce nemmeno ad elencare tutti i modi in cui lo Jesse è capace di distruggerlo.
La giacca gli scivola dalle dita e cade ai suoi piedi quando la labbra di Jesse incontrano le sue.
Chiude le palpebre, sente le sue mani sulle guancie e la sua lingua sfiorargli i denti e, dentro quel bacio, ci sono recriminazione e rabbia ed è esattamente come se Jesse stesse premendo il grilletto.
Scivolano sul divano e Adam si avvicina a loro e non ci sono più baci placidi e promesse che profumano d’eternità, ma solo il ricordo di tutte le volte in cui si sono ritrovati con il cuore spezzato e la sensazione di essere vicini al punto in cui risulterà davvero impossibile ripararlo.
Jesse lo guarda un attimo prima di baciare di nuovo John; si slaccia la cintura dei jeans, fa cadere la felpa sul cuscino e vorrebbe davvero trovare la forza per alzarsi e andarsene perché John non ha mai fatto altro che questo; accendeva un fuoco e, quando ne perdeva il controllo, nient’altro che gridare che non fosse colpa sua.
Le labbra di Adam sanno di sigarette e i suoi baci sono più dolci di quanto si aspettasse. Quando lo vede tirarsi indietro, gli afferra ancora il braccio perché non puo’ permettergli di scappare ancora. Non ora che sente di avere davvero bisogno di lui.
Lui gli sorride appena, sfilandosi la maglietta.
Adam sente le labbra di John sul suo collo, mentre gli slaccia la cintura dei jeans. Lascia cadere la testa all’indietro sui cuscini quando sente il bacino di John sfiorare appena la stoffa dei suoi boxer.
Stavano succedendo troppe cose quella sera per pensare che domani avesse potuto andare avanti come se nulla fosse ma, conosceva John, non erano comunque abbastanza da fare qualche differenza la mattina successiva.
John sospira dalle labbra socchiuse e Jesse abbassa la zip dei suoi pantaloni, sfiorandoglielo con le dita prima di abbassarsi in ginocchio davanti ai cuscini e prenderglielo in bocca. Lui sussurra il suo nome tra le labbra, spinge il bacino verso di lui e alla cieca, cerca con le dita la mano di Adam, stringendola forte.
Adam stringe i pugni mentre, dopo qualche minuto, sente le mani di John alzargli appena l’elastico dei boxer e le labbra di Jesse lasciargli piccoli baci leggeri sulla bocca.
Quando viene ed un piccolo urlo roco gli sfugge dalle labbra. Non è stupito, era John, sarebbe sempre stato la persona con cui tutto sembrava essere giusto e, allo stesso tempo, faceva spaventosamente male.
Il respiro di Jesse si spezza nella sua gola mentre Adam si volta verso di lui, spingendosi sempre più vicino.
Abbassa un braccio, cominciando a masturbarlo senza allontanare il suo viso nemmeno per un istante dalle sue labbra. Ed è così diverso dal trovarsi di nuovo in quel camerino ma in realtà non è cambiato nulla. Perché nonostante tutte l’impegno e i tentativi, le parole non dette tra di loro pesano quanto i venti anni che aveva passato con John al suo fianco.
Nuovamente nel bus cala il silenzio e non si sente nulla a parte i rumori di quella serata primaverile, appena fuori nel parcheggio.
Jesse lascia un ultimo bacio a John, stringendogli la camicia aperta tra le dita e cercando di trovare il coraggio di lasciarlo andare sul serio.
Non avrebbe voluto farlo ma ormai il legame che c’era tra di loro era diventato troppo pesante perché Jesse riuscisse a trattenerlo con le dita. John voleva precipitare e Jesse l’avrebbe lasciato cadere.
Sorride ad Adam, lasciandogli un piccolo bacio sulle labbra e poi si riveste, dirigendosi verso il proprio bus.
Adam si morde un labbro e si infila di nuovo i jeans, il fumo di un’altra sigaretta alleggia nell’aria e John tossisce appena.
Gli lascia un piccolo bacio sulla guancia e sente il telefono vibrare nella tasca dei suoi jeans. Guarda lo schermo per qualche istante prima di parlare.
-E’ Shaun. Lui e Will mi stanno aspettando in macchina, devo andare.- mormora fissando i cuscini colorati –E’ stato davvero bello rivederti. Mi sei mancato tanto.-
Adam annuisce.
Vuole dirgli che non è obbligato ad andarsene, che lui era ancora suo se John lo voleva, che lo era sempre stato. Ma alla fine annuisce, aspirando l’ennesimo lungo tiro.
-Anche tu mi sei mancato.-
Di nuovo sono fermi con troppe parole sulla punta della lingua che non hanno il coraggio di pronunciare, di nuovo Adam si ritrova senza difese, dipendente e solo.
Prima parte: I’m lying just to keep you here [Adam/John] ~ Seconda parte: I just wanna break you down so badly {while I trip over everything you say} [Adam/Jesse] ~ Terza parte: We’re concentrating on falling apart [Jesse/John]
Note 2.0: Prima di tutto, il Kevin citato qui dentro è Kevin Devine, BFF di Jesse ed ennesimo uomo per cui ho una cotta stratosferica (dovreste seguirlo su twitter per capire). Anche qui, la sua bromance con Jesse è epica.
Allora, il 2007 è un anno bello pieno di LongIsland!Drama.
John e Shaun avevano lasciato i Taking Back Sunday nella primavera 2002 (la leggenda narra che John disse a Shaun ‘Ti va di compiere un suicidio professionale con me?’) (tra i motivi c’è il fatto che Adam ha tradito la sorella di John, Michelle, che Adam –ma anche John e gli altri- praticamente non facevano molto altro che ubriacarsi e che insomma, la chimica nella band era sparita) e da quel momento Adam e John non si sono più parlati. Jesse ha preso le parti di John, rilasciando interviste dove diceva cose del tipo che Adam era stato uno stronzo con John ed era stronzo due volte perché continuava a suonare There’s No In Team canzone che John aveva scritto per Jesse e in cui lui non centrava nulla. Non è un bel periodo per Adam (ascoltate Where You Want to Be per credere, l’angst fattosi cd).
All’inizio del 2007 (che è più o meno il periodo in cui John si è sposato) John e Jesse litigano di nuovo (sto giro non so mica perché, quindi naturalmente ho adatto i fatti alla trama. Mi dispiace parlare di LongIsland!Drama nel periodo in cui erano/sono fidanzati/sposati e dovere per forza tirare dentro le ragazze, mi sembra di basharle indirettamente ;__; -escludendo il periodo in cui Adam stava con Michelle. Shaun/Michelle è il vero OTP 4evah, punto e basta) e tra l’altro, si mormora che Jesse non sia andato nemmeno al suo matrimonio.
Tornando al Bamboozle, la cosa sicura è che erano in cartellone sia i TBS che i Brand New lo stesso giorno e che i Taking Back Sunday sono stati spostati praticamente a fine serata, mentre il sito del festival ha annunciato all’ultimo che Brand New avrebbero aperto il concerto a mezzogiorno. Quando alcuni fan hanno chiesto a Vin e Derrick del perchè, loro hanno risposto che Adam si era ‘rifiutato di aprire per i Brand New’ e a quel punto Jesse aveva detto agli organizzatori che o erano i primi a suonare o gli ultimi. Dopo questa cosa, le crew di entrambe le band hanno risposto con un no comment a qualsiasi domanda.
C’è anche da dire il fatto che (e da qui il fatto che questo è uno dei miei momenti preferiti del LongIsland!Drama perché era dal glorioso tour con i Rufio del 2002 che questi tre non stavano insieme nel raggio di così pochi metri) gli Straylight Run in quel periodo avevano una pausa di undici giorni dal loro tour nel Midwest e molti fan hanno detto di avere intravisto John, Shaun e Will nei pressi del mosh pit.
Fun fact: i Brand New, oltre ad avere suonato Degausser duevolte (che, a parte essere la mia canzone preferita ever, nel mio headcanon è stata scritta per John e nessuno, nemmeno Jesse, potrà mai convincermi del contrario), in questo video durante Seventy Times Seven, canzone che canonicamente è dedicata a John, più o meno a 4:30 si vede Jesse che indica un punto imprecisato nel mosh pit.
IK,R? Il mio fandom fa ‘na pippa a Beautiful. E qui ho descritto solamente un pomeriggio XD
TL;DR: i TBS hanno suonato in questo festival con Brand New, forse c’erano anche John e, considerando che sono tre primedonne, drama ensues D: